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	<title>Anni di Pongo</title>
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	<description>Il blog di Fabio Bonifacci</description>
	<pubDate>Fri, 13 Apr 2012 08:53:20 +0000</pubDate>
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		<title>Cosa può scrivere chi ha una vita normale?</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Apr 2012 08:51:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Bonifacci</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Corso scrittura & dintorni]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Mi scrive un &#8220;ragazzo normale&#8221; che dice:</p>
<p>Complimenti per il suo lavoro. Davvero! Sto leggendo con davvero tanto gusto e tanto piacere le tue lezioni. Effettivamente scrivere è un lavoro duro!
Il mio grande dubbio nello scrivere è sempre stato questo: reputo giusto  e quasi obbligatorio scrivere e raccontare storie, ma scriverle  raccontando cose giuste, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi scrive un &#8220;ragazzo normale&#8221; che dice:</p>
<p>Complimenti per il suo lavoro. Davvero! Sto leggendo con davvero tanto gusto e tanto piacere le tue lezioni. Effettivamente scrivere è un lavoro duro!<br />
Il mio grande dubbio nello scrivere è sempre stato questo: reputo giusto  e quasi obbligatorio scrivere e raccontare storie, ma scriverle  raccontando cose giuste, cose sensate e non inventate. Mi spiego meglio:  se voglio scrivere la storia di un uomo di 40 anni che lavora in  ufficio a New York (esagero per fare l’esempio) mi troverei in grosse  difficoltà dato che io ho 25 anni e lavoro come operaio in provincia di  Milano e non so niente di lavoro di ufficio, niente della vita di un  40enne e niente di New York. Quindi sono “costretto” a scrivere la  storia di un ragazzo di 25 anni (dei quali conosco abitudini e stili di  vita), di operai e di luoghi che conosco. Per questo mi viene da pensare  che (oltre alla capacità di scrivere e gli studi in merito) una bella  storia interessante e originale la possa scrivere chi ha avuto una bella  vita, una brutta vita, una vita piena di viaggi e soprattutto piena di  conoscenze che possano fare in modo di scrivere un racconto o un romanzo  su un lavoro, un luogo esotico o un modo di pensare.<br />
Altrimenti un ragazzo “normale” non credo possa sfornare nessun tipo di  storia non sentita già mille volte: un viaggio in spagna, la conoscenza  di una ragazza, la ragazza che abita a londra, il protagonista che va a  londra, ecc ecc.<br />
Non so perchè ho scritto tutto questo, forse per sentirmi dire che non è  vero, o forse per sentirmi dire che ho ragione e quindi non  fantasticare troppo sull’idea di scrivere una bella storia.<br />
Grazie e complimenti ancora per il suo lavoro!</p>
<p><strong>RISPOSTA: Il tuo commento dimostra una grande consapevolezza di un problema  fondamentale. La scrittura ha bisogno di verità e di realtà, le sono  necessarie come il lievito nel pane. Tuttavia le realtà che possiamo  conoscere nella vita sono limitate. Quindi che fare?<br />
Ci si può costruire un&#8217;esistenza avventurosa e vedere tutto il mondo per  poi poter scrivere qualcosa di originale e potente. E&#8217; lo stile  Hemingway che però, per noi comuni mortali, rischia di essere un po&#8217;  dispersivo. E poi non è adatto a tutti anche perchè, banalmente, chi  vive avventure in prima persona spesso perde un po&#8217; la voglia di  scriverle. Salgari diceva che la scrittura si nutre non di conoscenza ma  di desiderio di conoscenza.<br />
Questa è appunto un&#8217;altra strada: vivere una vita normale e inventare  cose mai viste. Salgari scriveva romanzi ambientati in Malesia senza  averla mai vista. Però questo stile va bene per un certo tipo di  letteratura, più di intrattenimento. La mancanza di verità si sente.<br />
Esiste infine una terza strada, in parte più artigianale e modesta, che  si riassume in una parola: studiare. Studiare la realtà che si vuole  descrivere, entrarci dentro, sperimentarla, parlare con chi la vive, e  poi infine scriverne. Un esempio è Martin Cruz Smith che anni fa scrisse  un giallo  ambientato a Mosca (Gorky Park). L&#8217;autore a Mosca non c&#8217;era  mai stato, tuttavia quel libro fu salutato come uno dei migliori  ritratti della società sovietica dell&#8217;epoca. Come aveva fatto? Semplice:  aveva studiato. Per non parlare del Manzoni e del suo lavoro certosino  durato 27 anni.<br />
Nel mio piccolo, lo faccio sempre anch&#8217;io. Per scrivere &#8220;Si Può Fare&#8221; ho  frequentato per qualche mese un centro di salute mentale, e parlato con  decine di persone che lavoravano in cooperative sociali come quella  raccontata nel film. E&#8217; un metodo che uso sempre: anche se scrivo in una  commedia, se ho in scena un pizzaiolo egiziano o un camionista, almeno  un giorno in una pizzeria egiziana o su un camion, me lo faccio. E se è  il protagonista, ne faccio molti di più.<br />
Studiare le realtà umane fra l&#8217;altro è molto bello, è uno dei motivi per  cui vale la pena scrivere. All&#8217;inizio si hanno un sacco di timidezze,  si ha paura di chiedere. Però, se ti butti, scopri che la frase  &#8220;vorrei  conoscere il tuo mondo per un romanzo che sto scrivendo&#8221;  ha il potere  di spalancare mille porte. Una curiosità autentica paga, il 90% delle  persone si apre, ti racconta, ti fa vedere.</strong></p>
<p><strong>Ecco quindi quella che, per chi non è incline a una vita avventurosa,  può essere una buona chiave per scrivere: un occhio attento alla realtà  per individuare le possibili storie, e poi, quando si trova quella  giusta, la capacità di studiare l&#8217;ambiente di cui si vuole parlare, com  umiltà, curiosità, interesse.</strong> <strong><br />
Infine un consiglio: all&#8217;inizio, quando  si comincia, è meglio non  distanziarsi tantissimo dagli ambienti che si conosce meglio. La verità  della scrittura è una sorta di distillato, come la grappa. Finchè non  abbiamo imparato a distillare bene, meglio non andare troppo lontano dai  mondi che conosciamo meglio.</strong></p>
<p><strong>Infine, non dimenticare mai che la fonte più preziosa siamo noi: le  nostre emozioni, quel &#8220;cuore&#8221; che abbiamo e che contiene in potenza  tutti i sentimenti umani. La rabbia furente che proviamo quando abbiamo  fretta e qualcuno ci ruba il parcheggio  può diventare, se osservata in  profondità, la base di una splendida descrizione del misterioso &#8220;raptus  omicida&#8221; di cui si parla tanto nei dibattiti tivù :).</strong> <strong><br />
Insomma, una accurata conoscenza del mondo che si descrive è  fondamentale ma la maggior parte della verità emotiva che possiamo  mettere nella scrittura è facilmente reperibile: sta dentro di noi.<br />
Per questo, e concludo,  Rodinì diceva &#8220;per scrivere una grande opera serve un avventuriero che resti a casa&#8221;.</strong></p>
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		<title></title>
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		<pubDate>Mon, 24 Oct 2011 08:05:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Bonifacci</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Scrive Nicola: &#8220;Buongiorno, ho seguito il tuo corso di scrittura creativa su  internet. Mi piacerebbe se in un articolo sul tuo blog tu dicessi a noi che ti  seguiamo se è il caso di partecipare al concorso di scrittura creativa della rai  intitolato “La giara”, il cui regolamento trovi all’indirizzo:</p>
http://www.rai.it/dl/docs/1313675763803bando_1__La_giara_ok_2.pdf
<p>FABIO: Purtroppo non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Scrive Nicola: &#8220;Buongiorno, ho seguito il tuo corso di scrittura creativa su  internet. Mi piacerebbe se in un articolo sul tuo blog tu dicessi a noi che ti  seguiamo se è il caso di partecipare al concorso di scrittura creativa della rai  intitolato “La giara”, il cui regolamento trovi all’indirizzo:</p>
<div><a title="http://www.rai.it/dl/docs/1313675763803bando_1__La_giara_ok_2.pdf" href="http://www.rai.it/dl/docs/1313675763803bando_1__La_giara_ok_2.pdf">http://www.rai.it/dl/docs/1313675763803bando_1__La_giara_ok_2.pdf</a></div>
<p><strong>FABIO: Purtroppo non posso esserti utile. Nel corso, come promesso, racconto tutto quello che so, e queste cose non le so.<br />
Ho fatto la mia gavetta e i miei &#8220;mille tentativi di entrare nel giro&#8221;  tanti anni fa: non ho capito cosa funzionava e cosa non funzionava  allora, figuriamoci adesso che è cambito tutto. Inoltre il mio &#8220;giro&#8221; ora è il cinema, di editoria so meno.<br />
Premesso ciò, posso dirti che nei miei &#8220;mille tentativi&#8221; ho seguito una unica regola: non  sapendo cosa funzionava, le ho provate tutte, ma proprio tutte.<br />
Poi la svolta è avvenuta nel modo più imprevedibile: un incontro casuale  al bar (e in un bar dove era impossibile pensare che accadesse  qualcosa).<br />
Che ti devo dire? Non c&#8217;è regola, questo  dice la mia piccola esperienza. Però bisogna provarci tanto, senza stancarsi.</p>
<p>Avere talento significa anche farsi trovare pronti quando c&#8217;è  l&#8217;occasione. E darsi da fare per cercarla anche se nesuno sa dov&#8217;è.</strong> <strong></p>
<p>So che sono informazioni vaghe ma di più, se voglio essere onesto, non posso dirti. </strong> <strong></strong></p>
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		<title>IL SITO TORNA IN VITA</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Jun 2011 12:15:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Bonifacci</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Ecco la cronaca. A dicembre un misterioso guasto colpisce il mio sito, secondo alcuni è un guasto tecnico, secondo altri è opera di hackers. A parte che non capisco cosa diavolo possano cercare gli hackers in un corso di scruttura, ma tant&#8217;è&#8230;sta di fatto che si blocca tutto, perdo informazioni, anche perchè al mio incidente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ecco la cronaca. A dicembre un misterioso guasto colpisce il mio sito, secondo alcuni è un guasto tecnico, secondo altri è opera di hackers. A parte che non capisco cosa diavolo possano cercare gli hackers in un corso di scruttura, ma tant&#8217;è&#8230;sta di fatto che si blocca tutto, perdo informazioni, anche perchè al mio incidente se ne aggiunge un altro un mese dopo sul server che mi ospita. Morale: non ci si capisce più niente, forse ho perso tutto, o forse da qualche memoria si riesce a recuoperare tutto,  o forse una parte, e poi dov&#8217;è questa memoria, capperi?&#8217;&#8230;</p>
<p>Insomma, per capirci qualcosa e rimettere insieme tutto, &#8220;l&#8217;amico del computer&#8221; (anzi i due amici del computer, che nella vita fanno anche altro) ci mettono un po&#8217; di tempo. Cioè fino ad oggi.</p>
<p>Durante questo tempo non potevo aggiornare nè il blog nè il corso, perchè rischiavo di perdere i nuovi post.</p>
<p>In questo periodo sono andati perduti alcuni commenti e -forse- anche qualche iscrizione. Chi non accede più con la sua password dovrà quindi re-iscriversi.</p>
<p>Per il resto è tutto a posto. Sono di nuovo qua. A presto nuove lezioni sul corso di scrittura. Baci a tutti.</p>
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		<title>Un regalo vi seppellirà</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Dec 2010 12:04:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Bonifacci</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Attualità]]></category>

		<category><![CDATA[Piccoli prodigi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Lo scorso Natale  ho immaginato la fine del capitalismo in un testo  che, curiosamente , è stato pubblicato sul giornale di Confindustria. Qualcuno me l&#8217;ha chiesto e non lo trova, così ho deciso di ripubblicarlo qua (per i più precisi, l&#8217;articolo era in 1° pagina di Nova, inserto del  Sole-24 Ore, numero del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Lo scorso Natale  ho immaginato la fine del capitalismo in un testo  che, curiosamente , è stato pubblicato sul giornale di Confindustria. Qualcuno me l&#8217;ha chiesto e non lo trova, così ho deciso di ripubblicarlo qua (per i più precisi, l&#8217;articolo era in 1° pagina di Nova, inserto del  Sole-24 Ore, numero del  24-12-09).</p>
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<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 14pt;">Bologna, 2120. I  regali di Natale non esistono più, i nostri giovani ne hanno smarrito  persino la memoria. Ma vorrei ricordare loro che un secolo fa,  all’inizio del Terzo Millennio, in questi giorni le città brulicavano di  umani alla disperata ricerca di regali. Era una sorta di febbre  difficile da spiegare. Diciamo che, in sintesi, i regali si facevano a  Natale perché gli altri giorni non esistevano. Oggi è difficile capirlo,  immersi come siano in quella “Economia del Regalo” che ci pare una  condizione eterna e naturale. Non è così: fino a pochi decenni fa  l’economia era basata sul denaro, il che significa qualcosa che è ormai  difficile persino da pensare: “<em>nessuno ti regalava nulla, ogni cosa doveva essere pagata</em></span><span style="font-size: 14pt;">”. Incredibile, eh?</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 14pt;">La grande  evoluzione, si sa, iniziò con Internet, che nei primi decenni del  millennio abolì il denaro in quasi tutti i settori artistici e  intellettuali. Nel secolo precedente, musicisti, registi, giornalisti,  scrittori “vendevano” i loro prodotti in cambio di denaro ma la rete  erose progressivamente questa possibilità fino ad annullarla. Si arrivò a  un punto in cui dischi, romanzi, film e articoli erano scaricabili  gratis<span> </span>nel momento stesso in cui uscivano a pagamento. Ovvio che nessuno li comprava più.<span> </span>Le  aziende chiusero e gli intellettuali cambiarono mestiere. Erano tempi  in cui i giornali erano pieni di annunci tipo “ex pop star cerca  qualunque lavoro purchè serio. No la mattina!!”. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 14pt;">I giornali, già  allora, erano tutti on-line e non erano più nemmeno gratis: al  contrario, era l’editore che pagava 50 centesimi i lettori disposti a  leggere mezz’ora le notizie, fornendo così un pubblico agli annunci  pubblicitari. Ma il giochino no resse e anche loro chiusero i battenti,  come già le altre aziende dell’industria culturale. All’epoca si  versarono fiumi di byte sulla “morte della cultura” e “la fine della  comunicazione di qualità”, invece fu l’inizio di una stagione gloriosa.  Scrittori, giornalisti, registi, musicisti andarono a fare altri lavori  ma la passione si rivelò più forte di tutto, e molti finirono a fare  come hobby quel che prima facevano per mestiere. La qualità dei prodotti  si innalzò notevolmente. Nessuno era più obbligato a scrivere un  articolo o girare un film per contratto, lo faceva solo quando aveva  davvero qualcosa da dire.<span> </span>I contenuti divennero più densi,  ricchi, appassionanti. Poi ci fu il celebre caso di F.T., la scrittrice  di libri per bambini che annunciò la sospensione della saga sugli Snork  perché il lavoro in ferramenta le portava via troppo tempo. Ma i bimbi  piangevano e protestavano, volevano nuove avventure degli Snork.<span> </span>Genitori  di tutto il mondo si unirono e chiesero alla scrittrice di pubblicare  in rete una “Wish List”, cioè una lista dei suoi bisogni e desideri:  avrebbero pensato loro a soddisfarla, permettendole di lasciare la  ferramenta e riprendere la saga. F.T. iniziò così a vivere di<span> </span>regali:  la gente spuntava la sua “wish list”, regolarmente aggiornata, e le  mandava un salame, dieci chili di pasta, o si offriva per aggiustarle la  frizione. F.T era di nuovo una scrittrice a tempo pieno: non prendeva  più soldi ma aveva una lista di 4250 “donatori” disposti in ogni angolo  del mondo a regalarle quanto le servisse. L’esempio fece scuola: artisti  e intellettuali d’ogni genere crearono la loro “wish list” e, a seconda  del gradimento, trovarono un numero più o meno grande di persone pronte  a far loro regali. Famoso il caso del poeta B.P., che al mondo aveva un  solo fan, solo che era l’uomo più ricco d’Europa, così B.P. potè  mettersi in panciolle a comporre a poesie che spediva direttamente via  mail al suo unico lettore.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 14pt;">Si arrivò a una  società “a due velocità” in cui artisti e intellettuali vivevano nella  “economia del regalo” creata dal piccolo mecenatismo di massa della  rete, mentre gli altri continuavano a vivere di scambi monetari. I primi  a tentare di “saltare il fosso” furono professionisti che abitano sul  confine tra pratica e intelletto, architetti e ingegneri. Un movimento  internazionale di progettisti verdi creò una “wish list” promettendo un  patto: voi ci regalate quel che ci serve a vivere, noi in cambio  regaleremo Progetti Ecologici a chiunque voglia costruire, così anche  chi non ha coscienza ambientale farà case ecologiche per risparmiare le  spese di progettazione. Erano tempi in cui l’ansia per il futuro del  pianeta montava, Venezia era sommersa e i turisti di tutto il mondo  correvano a Ferrara e Rovigo, le “nuove Venezie” piene di gondole e via  d’acqua.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 14pt;">Così la “Wish list”  dei progettisti verdi ebbe molti sostenitori: pochi anni dopo c’erano al  mondo oltre 20.000 eco-architetti che vivevano di regali, e in cambio  regalavano progetti eco-compatibili a chiunque dovesse costruire una  casa, povero o ricco che fosse. Poi cominciarono a muoversi i medici  alternativi, gli avvocati di strada, le associazioni di volontariato,  gli psicologi più innavativi: chiunque riteneva di avere qualcosa di  buono da portare nel mondo creava la propria “Wish list”, per trovare  sostenitori che gli permettessero di “lavorare per regalare” e non per  produrre. Il resto è storia: quando un 15% dell’umanità ormai viveva  nell’economia del regalo (e ci stava pure bene) la “wish list”<span> </span>divenne  uno status symbol. Semplicemente, se ce l’avevi alle feste cuccavi di  più. E questa, insegnano i sociologi, è la variabile che sposta il trend  nelle giovani generazioni. Tutti gli under 30, dai medici ai meccanici,  dai fruttivendoli agli idraulici, tentarono di creare la propria “wish  list” per esercitare gratis la propria attività e mantenersi coi regali  dei sostenitori. A quel punto gli economisti (che, è noto, capiscono le  cose solo dopo che sono accadute) si accorsero di un fatto lampante che  gli era sfuggito:<span> </span>“l’economia del regalo” è stata la base  della civiltà per tempi biblici mentre l’economia del denaro è una  esperienza marginale, due-tre miseri secolucci contro decine di migliaia  di anni. E dunque agli economisti parve ovvio che, esaurita quella fase  di “creazione del benessere” che aveva bisogno dello sprinter del  mercato e dalla competizione, l’umanità tornasse alla sua forma  originaria di circolazione di beni e servizi: il regalo.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 14pt;">Oggi il 70% degli  eseri umani lavora nell’economia del regalo, mentre il denaro è  appannaggio dei ceti meno abbienti e marginali. Forse però ogni tanto  dovremmo ricordare ai nostri figli che le cose non sempre sono andate  così. Appena 100 anni fa, nel 2009, i regali si facevano solo una volta  all’anno, e proprio in questi giorni. Buon Natale.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 14pt;"><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 14pt;">Fabio Bonifacci (wish list a www.bonifacci.it)</span></p>
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		<title>Piccolo scoop: da chi imparano i poliziotti?</title>
		<link>http://www.blog.bonifacci.it/?p=348</link>
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		<pubDate>Mon, 06 Dec 2010 10:25:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Bonifacci</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Attualità]]></category>

		<category><![CDATA[Corso scrittura & dintorni]]></category>

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		<description><![CDATA[Per me questa notizia è un piccolo scoop. Nel 2006 il sindaco di Neza, quartiere violento di Città del Messico, decise che per affrontare il crimine aveva bisogno di poliziotti migliori e più preparati.
Come &#8220;corso di formazione&#8221; li obbligò a leggere una serie di autori, tra cui Cervantes, Octavio Paz, Garcia Marquez, Carlos Fuentes, Edgar [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h6>Per me questa notizia è un piccolo scoop. Nel 2006 il sindaco di Neza, quartiere violento di Città del Messico, decise che per affrontare il crimine aveva bisogno di poliziotti migliori e più preparati.</h6>
<h6>Come &#8220;corso di formazione&#8221; li obbligò a leggere una serie di autori, tra cui Cervantes, Octavio Paz, Garcia Marquez, Carlos Fuentes, Edgar Allan Poe, Agata Christie, Antoine de Saint-Exupèry, ecc. Era convinto che queste letture avrebbero arricchito i suoi agenti in vari modi. Sentiamolo dalle sue parole (dove ci sono i puntini ho tagliato)</h6>
<h6>&#8220;In primo luogo consentono agli agenti di acquisire un più ampio vocabolario&#8230; Poi offrono loro la possibilità di fare esperienza per delega. Un agente di polizia deve essere esperto della vita, e i libri arricchiscono l&#8217;esperienza indirettamente&#8230;Infine c&#8217;è un beneficio etico: rischiare la vita per proteggere gli altri richiede convinzioni profonde. E la letteratura può dare ad esse maggior vigore facendo scoprire ai lettori vite vissute con analogo impegno&#8221;.</h6>
<h6>Che meraviglioso colpo di scena! Oggi la &#8220;dittatura della fiction&#8221; sostiene l&#8217;opposto: milioni di film e telefilm ci dicono in tutte le lingue che gli unici veri conoscitori della vita sono i poliziotti. Non c&#8217;è autore (me compreso) che per scrivere una sua storia non si sia sentito in dovere di andare a parlare con qualche persona in divisa.</h6>
<h6>L&#8217;idea che leggere libri possa fornire più &#8220;esperienza della vita&#8221; che fare servizio su una volante è rivoluzionaria. Piccolo dettaglio: secondo me è anche vera.</h6>
<h6>Si dice che la realtà superi la fiction. Invece le cose non stanno così: la realtà è diversa dalla fiction. Non è lo stesso concetto.</h6>
<h6>PS. La notizia è tratta da &#8220;Come funzionano i romanzi&#8221;,  di James Wood da poco uscito per Mondadori. Fra l&#8217;altro lo consiglio a chiunque ami leggere e/o scrivere. E&#8217; un bel libro.</h6>
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		<title>Il giuramento del narratore</title>
		<link>http://www.blog.bonifacci.it/?p=343</link>
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		<pubDate>Sat, 27 Nov 2010 12:29:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Bonifacci</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Corso scrittura & dintorni]]></category>

		<category><![CDATA[Frasi da ricordare]]></category>

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		<description><![CDATA[<p></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: left;">Un autore piuttosto noto mi ha regalato questo testo per il corso di scrittura gratuito. Per ragioni che capirete leggendo, non ritiene necessario firmarlo. Io lo trovo molto interessante</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: center;" align="center">Il nemico di chi racconta</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal">Uno dei grandi ostacoli al raccontare è già scritto nel movente per cui [...]]]></description>
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<p class="MsoNormal" style="text-align: left;">Un autore piuttosto noto mi ha regalato questo testo per il corso di scrittura gratuito. Per ragioni che capirete leggendo, non ritiene necessario firmarlo. Io lo trovo molto interessante</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: center;" align="center"><strong>Il nemico di chi racconta</strong></p>
<p class="MsoNormal"><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></p>
<p class="MsoNormal">Uno dei grandi ostacoli al raccontare è già scritto nel movente per cui si comincia a farlo: la firma.<span> </span>Vale per lo scrittore, il giornalista, il regista. Chiunque faccia arti che raccontano una storia.</p>
<p class="MsoNormal"><span> </span>E&#8217; difficile che qualcuno cominci spinto davvero dal desiderio di raccontare il mondo. Molti iniziano per raccontare se stessi. Una minoranza già sofisticata per mostrare l&#8217;acutezza del proprio sguardo sul mondo. In ogni caso, per parlare di sé.</p>
<p class="MsoNormal"><span> </span>Dobbiamo saperlo: ci si avvicina alla pratica artistica spinti dallo stesso bisogno di chi compra la Ferrari o sculetta ai concorsi di veline. Si desidera solo gonfiare il petto e gridare “sono qua anch&#8217;io”, come fa il cugino orango cui ci accomuna il 98,8 % di Dna.</p>
<p class="MsoNormal"><span> </span>Poi, nei casi migliori, piano piano si cambia. Ci si dimentica di se stessi e ci si appassiona davvero alle cose da raccontare. E&#8217; la “filosofia del pallino” che inventò Lamberto Sechi su Panorama degli anni Sessanta. Diceva che il giornalista deve dimenticare se stesso e riferire la realtà nel modo più asciutto possibile. La firma, resa inutile dall&#8217;omogeneità dello stile, veniva sostituita da un pallino. Quel Panorama senza firme e senza &#8220;io&#8221; è stato uno dei migliori periodici italiani.</p>
<p class="MsoNormal"><span> </span>Per chi narra le cose sono diverse. Gli stili si differenziano, il tono si personalizza, lo stile può diventare ricco e sofisticato. Non c&#8217;è bisogno di firmarsi coi pallini, o di praticare l&#8217;anonimato ma la sostanza deve restare quella: bisogna dimenticare se stessi e pensare al mondo che raccontiamo. Possiamo scrivere come Gadda o fare film come Bunuel, ma solo quando raccontiamo qualcosa che necessita di quello stile, non per mostrare la nostra intelligenza &amp; abilità.</p>
<p class="MsoNormal"><span> </span><span> </span></p>
<p class="MsoNormal"><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: center;" align="center"><strong>Il giuramento del narratore</strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: center;" align="center"><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span>Sono narratore. Il mio compito è raccontare la realtà. Tramite me la realtà rappresenta se stessa.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 35.45pt;">Devo trasfigurarla affinché sveli qualcuna delle sue mille oscurità. Ma devo sempre ricordare che non sono altro che un postino che porta la realtà al lettore.</p>
<p class="MsoNormal"><span> </span>Penserò al mondo che si rappresenta tramite il mio lavoro, e penserò a chi deve godere della rappresentazione. Ma non penserò al mio successo o a quello della mia opera, puri accidenti poco più che casuali.</p>
<p class="MsoNormal"><span> </span>Il pensiero dell&#8217;insuccesso o della gloria non occuperanno la mia mente e non potranno distrarmi dal mio vero lavoro: conoscere più a fondo la realtà, e imparare ogni giorno a rappresentarla meglio.</p>
<p class="MsoNormal"><span> </span>Non mescolerò vita e arte perché so che il mio lavoro scusa i miei comportamenti quanto quello di un manovale, di un manager o di un macellaio.</p>
<p class="MsoNormal"><span> </span>Non seguirò né combatterò le mode artistiche della mia epoca, perché il destino delle mode è  essere ignorate.</p>
<p class="MsoNormal"><span> </span>Non proverò invidia o disprezzo per i colleghi e dividerò con loro i segreti del mestiere di cui vengo a conoscenza.</p>
<p class="MsoNormal"><span> </span>Non cercherò mai di mettere in evidenza la mia abilità. Poca o tanta che sia, verrà usata per raccontare gli altri, non per mostrare se stessa.</p>
<p class="MsoNormal"><span> </span>Tratterò col massimo rispetto ogni creatura della mia fantasia e tenterò con ogni mezzo di capirla più a fondo, come fosse un essere reale che per vivere ha bisogno della mia comprensione.</p>
<p class="MsoNormal"><span> </span>Non userò  l’aggettivo &#8220;mio&#8221; per personaggi, idee, frasi, immagini creati dalla mente che poggia casualmente sulle mie spalle.</p>
<p class="MsoNormal"><span> </span>Il copyright e la parola &#8220;io&#8221;, concetti utili per la vita pratica, sono sbagliati a livello profondo. Non sono io che invento le cose, sono le cose che vengono a farsi inventare. La fantasia è un serbatoio comune dell&#8217;umanità. Io lavoro seriamente per imparare ad accedervi nel modo più ricco e più efficace, ma la mia fantasia non è mia.</p>
<p class="MsoNormal"><span> </span>Comunque vada, sarò grato al destino per avermi regalato un mestiere che ha il potere di riempire l&#8217;esistenza.</p>
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>Pausa vanità</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Nov 2010 14:13:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Bonifacci</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>E&#8217; successo. Il corso gratuito di scrittura è entrato nel programma di un  esame al Dams di Bologna, &#8220;Scrittura per il cinema e la televisione&#8221;.  Fa parte delle materie da studiare. Qualcuno sarà interrogato all&#8217;università su quello che c&#8217;è scritto sul  sito. Sono già  più alto. Perdonatemi, ma lo diceva il titolo:  [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; successo. Il corso gratuito di scrittura è entrato nel programma di un  esame al Dams di Bologna, &#8220;Scrittura per il cinema e la televisione&#8221;.  Fa parte delle materie da studiare. Qualcuno sarà interrogato all&#8217;università su quello che c&#8217;è scritto sul  sito. Sono già  più alto. Perdonatemi, ma lo diceva il titolo:  è una &#8220;pausa vanità&#8221;</p>
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		<title>La sceneggiatura è inutile?</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Nov 2010 16:11:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Bonifacci</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Corso scrittura & dintorni]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Scrive Jacopo in un commento</p>
<p>Una “notiziuola” per stuzzicare lo spirito guerriero degli aspiranti sceneggiatori  Jessica Alba sostiene che i bravi attori non hanno bisogno del copione. I dettagli all’indirizzo: http://tinyurl.com/39o7ulf</p>
<p>Al di là della fonte (Jessica, non Jacopo) mi pare un bel tema. In psasato anche alcuni registi hanno sostenuto che la sceneggiatura non serve [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Scrive Jacopo in un commento</p>
<p>Una “notiziuola” per stuzzicare lo spirito guerriero degli aspiranti sceneggiatori <img class="wp-smiley" src="http://www.bonifacci.it/wp-includes/images/smilies/icon_wink.gif" alt=";)" /> Jessica Alba sostiene che i bravi attori non hanno bisogno del copione. I dettagli all’indirizzo: <a onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/comment/tinyurl.com');" rel="nofollow" href="http://tinyurl.com/39o7ulf">http://tinyurl.com/39o7ulf</a></p>
<p>Al di là della fonte (Jessica, non Jacopo) mi pare un bel tema. In psasato anche alcuni registi hanno sostenuto che la sceneggiatura non serve a nulla, a fronte tuttavia di tanti altri (da Bergman a Billy Wilder), secondo i quali la sceneggiatura è il vero lavoro creativo del film, finito il quale inizia una pura lotta pratica per realizzare quello che già si è immaginato. Tanti altri invece stanno in mezzo a questi due estremi, dando importanza analoga ad entrambe le fasi, posizione riassumibile nel famoso detto &#8220;E&#8217; possibile ricavare un brutto film da una bella sceneggiatura, ma non ricavare un bel film da una sceneggiatura brutta&#8221;.</p>
<p>Poi certo,  è anche possibile che un regista decida di fare un film senza copione. E&#8217; possibile (pur se  difficile, l&#8217;esperienza insegna) che venga anche un bel film. Ma non vuol dire che quel regista è senza sceneggiatura, vuol dire che la costruisce &#8220;in diretta&#8221; cogliendo al volo, luoghi, spunti, situazioni, stati d&#8217;animo. E solo chi conosce benissimo i &#8220;segreti della sceneggiatura&#8221; può pensare di costruirne una in diretta in questo modo.</p>
<p>Questo per quanto riguarda i registi. Per gli attori, oggetto del discorso di Jessica, il discorso mi pare ancora più improbabile. In un film vedi in sequenza scene che sono state girate a settimane o mesi di distanza. Se non c&#8217;è dietro una costuzione attenta, il film non sta in piedi. L&#8217;idea di un attore che va sul set e-come sostiene Jessica - &#8220;dice  quello che gli pare&#8221;  mi pare proprio  impossibile in pratica. Quando vai a montare il film e tenti di unire  scene in cui gli attori dicevano &#8220;quello che gli pareva&#8221;, semplicemente  ti spari. Oppure ti spara chi ha messo i soldi per  il film!</p>
<p>In ogni caso, nella mia piccola esperienza, il rapporto tra attori e sceneggiatura è esattamente il contrario. Certo, ho raccolto varie  lamentele, anche un po&#8217; disperate, di attori che dovevano recitare battute impronunciabili, o manifestare sentimenti improbabili e finti. Ma non si lamentavano di avere una sceneggiatura, si lamentavano di averne una che giudicavano cattiva! E&#8217; ben diverso.</p>
<p>Nella mia piccola esperienza mi sembra che gli attori più sono bravi, più  bramino buone sceneggiature: fra l&#8217;altro le riconoscono al volo anche solo d&#8217;istinto. Non sono rari, in Italia come in America, i casi di attori che bypassano i registi e parlano direttamente con gli sceneggiatori per chiedere storie su misura per loro.</p>
<p>Concludo con una bassa insinuazione: magari la provocazione di  Jessica Alba è nata così. CERVELLO JESSICA, INT. NOTTE: &#8220;Dunque, mi considerano solo una bonazza, ok è anche colpa delle foto che spargo in giro, ma io penso di essere brava. Come potrei convincere uno sceneggiatore di serie A a scrivere una storia su misura per me?&#8230;mumble, mumble&#8230; Idea! gli dico che sono tutti inutili, sicuro che qualcuno prova a dimostrarmi il contrario!&#8221;.</p>
<p>Su questi temi sarebbe interessante ricevere l&#8217;opinione di qualche attore, se bazzica il sito.</p>
<p>Io fra l&#8217;altro leggo la battuta al contrario, più o meno cosi.  CERVELLO JESSICA ALBA, INT. NOTTE: &#8220;Mumble mumble, mi considerano solo una bonazza,  ok è anche colpa mia viste le foto che lascio in giro. Ma come posso attirare l&#8217;attenzione di qualche bravo sceneggiatore che  scriva una storia coi controcoglioni su misura per me&#8230;fammi pensare&#8230;mumble, mumble&#8230;&#8221;</p>
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		<title>Un link utile</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Oct 2010 07:51:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Bonifacci</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Corso scrittura & dintorni]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Vi consiglio &#8220;Sul romanzo&#8221;, rivista letteraria gratuita sul web. E&#8217;  giunta al IV numero. Nell&#8217;intera serie trovate anche le risposte a domande  che mi fate spesso via mail o commento (ad esempio, come si invia un dattiloscritto alle  case editrici). Questo è il link all&#8217;ultimo numero</p>
<p>http://issuu.com/sulromanzo/docs/sulromanzo-num4-settott2010hd02</p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vi consiglio &#8220;Sul romanzo&#8221;, rivista letteraria gratuita sul web. E&#8217;  giunta al IV numero. Nell&#8217;intera serie trovate anche le risposte a domande  che mi fate spesso via mail o commento (ad esempio, come si invia un dattiloscritto alle  case editrici). Questo è il link all&#8217;ultimo numero</p>
<p><a href="http://issuu.com/sulromanzo/docs/sulromanzo-num4-settott2010hd02">http://issuu.com/sulromanzo/docs/sulromanzo-num4-settott2010hd02</a></p>
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		<title>Schemi narrativi o scrittura di getto?</title>
		<link>http://www.blog.bonifacci.it/?p=334</link>
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		<pubDate>Mon, 18 Oct 2010 11:38:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Bonifacci</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Corso scrittura & dintorni]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Interessante commento di slacky alla lezione 5</p>
<p>Ho appena finito di leggere la lezione e quasi quasi lascio perdere  la scrittura. Mi sembrano esempi validi per una sceneggiatura più che  per la narrativa. Schemi, divisioni, non funziona così, almeno per me.  Se dovessi fare una divisione precisa in tre parti di ugual peso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Interessante commento di <strong>slacky</strong> alla lezione 5</p>
<p><em>Ho appena finito di leggere la lezione e quasi quasi lascio perdere  la scrittura. Mi sembrano esempi validi per una sceneggiatura più che  per la narrativa. Schemi, divisioni, non funziona così, almeno per me.  Se dovessi fare una divisione precisa in tre parti di ugual peso e  definire ogni cosa prima di iniziare, vorrebbe dire che non sto  scrivendo un romanzo, ma sto creando una storia per ottenere effetti  precisi, artificiali o una sceneggiatura per un film. Questi concetti  sono belli, interessanti, ma difficilmente applicabili nella pratica.  Hanno ben poco a che fare con le prime idee quando si inizia a scrivere  una storia. Questi concetti sono applicabili a una storia già finita e  in cui è stata fatta molta revisione, ma anche in quel caso il tutto  potrebbe condurre a rendersi conto di essere completamente fuori dallo  schema o di avere molti difetti che portano a lasciar perdere. Spesso si  scrive per il gusto di farlo non penso si riesca a essere così  puntigliosi e precisi. Se qualcuno ci riesce è perché ha alle spalle già  10, 15 romanzi. <img class="wp-smiley" src="http://www.bonifacci.it/wp-includes/images/smilies/icon_smile.gif" alt=":)" /><br />
Pessimo commento? <img class="wp-smiley" src="http://www.bonifacci.it/wp-includes/images/smilies/icon_smile.gif" alt=":)" /> Beh, i consigli, ripeto, sono interessanti, ma difficilissimi da  applicare quando non c’è nulla o poco. Io scrivo di getto senza schemi  nella mente. Se mi volessi attenere alle regole e agli schemi non  riuscirei mai a mettere nulla assieme, almeno in questo stadio del mio  rapporto con la scrittura. <img class="wp-smiley" src="http://www.bonifacci.it/wp-includes/images/smilies/icon_smile.gif" alt=":)" /> . Voto per i dialoghi.</em><br />
<strong><br />
FABIO RISPONDE: Mi fa piacere questo commento perchè mi permette di  specificare un punto. Non a caso, la divisione della storia in tre atti è  di solito il primo argomento che viene insegnato e io invece ne ho  parlato dopo più di 100 pagine. Il punto è che secondo me non esiste un  solo modo di fare le cose. Quelli che offro sono strumenti per la  scrittura: ognuno di questi per qualcuno è utile, per altri  indispensabile, per altri ancora inutile o dannoso. Ciascuno deve  scegliere quel che funziona alla prova pratica della propria scrittura.  Chi pensa che un determinato strumento non gli serva o lo ostacoli, fa  benissimo a lasciarlo perdere.</strong></p>
<p><strong>Una sola precisazione: non ho mai detto che per scrivere  bisogna, come tu dici, “attenersi alle regole e agli schemi”. Non  funziona così. Nella lezione spiego chiaramente che gli schemi - per chi  vuole usarli- non eliminano comunque il caos della scrittura: lo  accompaganano in parallelo o vengono considerati in una fase successiva  per ordinare il caos. Ma quel che tu chiami la scrittura di getto (e che  io ho chiamato il caos originario della scrittura) resta la benzina di  tutto il tragitto. Detto ciò, non mi stanco di ripeterlo: non c’è un  solo modo di fare le cose, chi si sente più a suo agio con altri metodi,  li segua.</strong></p>
<p><strong>Aggiungo però questo: in una eventuale querelle &#8220;Schemi contro Spontaneità&#8221; mi schierei senza dubbio con la seconda. L&#8217;autenticità è senza dubbio la caratteristica più importante della scrittura. Ma le buone tecniche non servono a fare prodotti standardizzati che, in materia di scrittura, sono &#8220;il peggio del peggio&#8221;. Le buone tecniche di scrittura servono tutte a raggiungere una maggiore autenticità, sfrondando il testo dai nostri stessi errori, manie, tic, deviazioni, egocentrismi, confusioni e via dicendo.</strong></p>
<p><strong>Ergo quando una tecnica vi sembra ridurre l&#8217;autenticità, per voi non è buona: scartatela.<br />
</strong></p>
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