|
|
Scrive Nicola: “Buongiorno, ho seguito il tuo corso di scrittura creativa su internet. Mi piacerebbe se in un articolo sul tuo blog tu dicessi a noi che ti seguiamo se è il caso di partecipare al concorso di scrittura creativa della rai intitolato “La giara”, il cui regolamento trovi all’indirizzo:
FABIO: Purtroppo non posso esserti utile. Nel corso, come promesso, racconto tutto quello che so, e queste cose non le so.
Ho fatto la mia gavetta e i miei “mille tentativi di entrare nel giro” tanti anni fa: non ho capito cosa funzionava e cosa non funzionava allora, figuriamoci adesso che è cambito tutto. Inoltre il mio “giro” ora è il cinema, di editoria so meno.
Premesso ciò, posso dirti che nei miei “mille tentativi” ho seguito una unica regola: non sapendo cosa funzionava, le ho provate tutte, ma proprio tutte.
Poi la svolta è avvenuta nel modo più imprevedibile: un incontro casuale al bar (e in un bar dove era impossibile pensare che accadesse qualcosa).
Che ti devo dire? Non c’è regola, questo dice la mia piccola esperienza. Però bisogna provarci tanto, senza stancarsi.
Avere talento significa anche farsi trovare pronti quando c’è l’occasione. E darsi da fare per cercarla anche se nesuno sa dov’è.
So che sono informazioni vaghe ma di più, se voglio essere onesto, non posso dirti.
Ecco la cronaca. A dicembre un misterioso guasto colpisce il mio sito, secondo alcuni è un guasto tecnico, secondo altri è opera di hackers. A parte che non capisco cosa diavolo possano cercare gli hackers in un corso di scruttura, ma tant’è…sta di fatto che si blocca tutto, perdo informazioni, anche perchè al mio incidente se ne aggiunge un altro un mese dopo sul server che mi ospita. Morale: non ci si capisce più niente, forse ho perso tutto, o forse da qualche memoria si riesce a recuoperare tutto, o forse una parte, e poi dov’è questa memoria, capperi?’…
Insomma, per capirci qualcosa e rimettere insieme tutto, “l’amico del computer” (anzi i due amici del computer, che nella vita fanno anche altro) ci mettono un po’ di tempo. Cioè fino ad oggi.
Durante questo tempo non potevo aggiornare nè il blog nè il corso, perchè rischiavo di perdere i nuovi post.
In questo periodo sono andati perduti alcuni commenti e -forse- anche qualche iscrizione. Chi non accede più con la sua password dovrà quindi re-iscriversi.
Per il resto è tutto a posto. Sono di nuovo qua. A presto nuove lezioni sul corso di scrittura. Baci a tutti.
Lo scorso Natale ho immaginato la fine del capitalismo in un testo che, curiosamente , è stato pubblicato sul giornale di Confindustria. Qualcuno me l’ha chiesto e non lo trova, così ho deciso di ripubblicarlo qua (per i più precisi, l’articolo era in 1° pagina di Nova, inserto del Sole-24 Ore, numero del 24-12-09).
Bologna, 2120. I regali di Natale non esistono più, i nostri giovani ne hanno smarrito persino la memoria. Ma vorrei ricordare loro che un secolo fa, all’inizio del Terzo Millennio, in questi giorni le città brulicavano di umani alla disperata ricerca di regali. Era una sorta di febbre difficile da spiegare. Diciamo che, in sintesi, i regali si facevano a Natale perché gli altri giorni non esistevano. Oggi è difficile capirlo, immersi come siano in quella “Economia del Regalo” che ci pare una condizione eterna e naturale. Non è così: fino a pochi decenni fa l’economia era basata sul denaro, il che significa qualcosa che è ormai difficile persino da pensare: “nessuno ti regalava nulla, ogni cosa doveva essere pagata”. Incredibile, eh?
La grande evoluzione, si sa, iniziò con Internet, che nei primi decenni del millennio abolì il denaro in quasi tutti i settori artistici e intellettuali. Nel secolo precedente, musicisti, registi, giornalisti, scrittori “vendevano” i loro prodotti in cambio di denaro ma la rete erose progressivamente questa possibilità fino ad annullarla. Si arrivò a un punto in cui dischi, romanzi, film e articoli erano scaricabili gratis nel momento stesso in cui uscivano a pagamento. Ovvio che nessuno li comprava più. Le aziende chiusero e gli intellettuali cambiarono mestiere. Erano tempi in cui i giornali erano pieni di annunci tipo “ex pop star cerca qualunque lavoro purchè serio. No la mattina!!”.
I giornali, già allora, erano tutti on-line e non erano più nemmeno gratis: al contrario, era l’editore che pagava 50 centesimi i lettori disposti a leggere mezz’ora le notizie, fornendo così un pubblico agli annunci pubblicitari. Ma il giochino no resse e anche loro chiusero i battenti, come già le altre aziende dell’industria culturale. All’epoca si versarono fiumi di byte sulla “morte della cultura” e “la fine della comunicazione di qualità”, invece fu l’inizio di una stagione gloriosa. Scrittori, giornalisti, registi, musicisti andarono a fare altri lavori ma la passione si rivelò più forte di tutto, e molti finirono a fare come hobby quel che prima facevano per mestiere. La qualità dei prodotti si innalzò notevolmente. Nessuno era più obbligato a scrivere un articolo o girare un film per contratto, lo faceva solo quando aveva davvero qualcosa da dire. I contenuti divennero più densi, ricchi, appassionanti. Poi ci fu il celebre caso di F.T., la scrittrice di libri per bambini che annunciò la sospensione della saga sugli Snork perché il lavoro in ferramenta le portava via troppo tempo. Ma i bimbi piangevano e protestavano, volevano nuove avventure degli Snork. Genitori di tutto il mondo si unirono e chiesero alla scrittrice di pubblicare in rete una “Wish List”, cioè una lista dei suoi bisogni e desideri: avrebbero pensato loro a soddisfarla, permettendole di lasciare la ferramenta e riprendere la saga. F.T. iniziò così a vivere di regali: la gente spuntava la sua “wish list”, regolarmente aggiornata, e le mandava un salame, dieci chili di pasta, o si offriva per aggiustarle la frizione. F.T era di nuovo una scrittrice a tempo pieno: non prendeva più soldi ma aveva una lista di 4250 “donatori” disposti in ogni angolo del mondo a regalarle quanto le servisse. L’esempio fece scuola: artisti e intellettuali d’ogni genere crearono la loro “wish list” e, a seconda del gradimento, trovarono un numero più o meno grande di persone pronte a far loro regali. Famoso il caso del poeta B.P., che al mondo aveva un solo fan, solo che era l’uomo più ricco d’Europa, così B.P. potè mettersi in panciolle a comporre a poesie che spediva direttamente via mail al suo unico lettore.
Si arrivò a una società “a due velocità” in cui artisti e intellettuali vivevano nella “economia del regalo” creata dal piccolo mecenatismo di massa della rete, mentre gli altri continuavano a vivere di scambi monetari. I primi a tentare di “saltare il fosso” furono professionisti che abitano sul confine tra pratica e intelletto, architetti e ingegneri. Un movimento internazionale di progettisti verdi creò una “wish list” promettendo un patto: voi ci regalate quel che ci serve a vivere, noi in cambio regaleremo Progetti Ecologici a chiunque voglia costruire, così anche chi non ha coscienza ambientale farà case ecologiche per risparmiare le spese di progettazione. Erano tempi in cui l’ansia per il futuro del pianeta montava, Venezia era sommersa e i turisti di tutto il mondo correvano a Ferrara e Rovigo, le “nuove Venezie” piene di gondole e via d’acqua.
Così la “Wish list” dei progettisti verdi ebbe molti sostenitori: pochi anni dopo c’erano al mondo oltre 20.000 eco-architetti che vivevano di regali, e in cambio regalavano progetti eco-compatibili a chiunque dovesse costruire una casa, povero o ricco che fosse. Poi cominciarono a muoversi i medici alternativi, gli avvocati di strada, le associazioni di volontariato, gli psicologi più innavativi: chiunque riteneva di avere qualcosa di buono da portare nel mondo creava la propria “Wish list”, per trovare sostenitori che gli permettessero di “lavorare per regalare” e non per produrre. Il resto è storia: quando un 15% dell’umanità ormai viveva nell’economia del regalo (e ci stava pure bene) la “wish list” divenne uno status symbol. Semplicemente, se ce l’avevi alle feste cuccavi di più. E questa, insegnano i sociologi, è la variabile che sposta il trend nelle giovani generazioni. Tutti gli under 30, dai medici ai meccanici, dai fruttivendoli agli idraulici, tentarono di creare la propria “wish list” per esercitare gratis la propria attività e mantenersi coi regali dei sostenitori. A quel punto gli economisti (che, è noto, capiscono le cose solo dopo che sono accadute) si accorsero di un fatto lampante che gli era sfuggito: “l’economia del regalo” è stata la base della civiltà per tempi biblici mentre l’economia del denaro è una esperienza marginale, due-tre miseri secolucci contro decine di migliaia di anni. E dunque agli economisti parve ovvio che, esaurita quella fase di “creazione del benessere” che aveva bisogno dello sprinter del mercato e dalla competizione, l’umanità tornasse alla sua forma originaria di circolazione di beni e servizi: il regalo.
Oggi il 70% degli eseri umani lavora nell’economia del regalo, mentre il denaro è appannaggio dei ceti meno abbienti e marginali. Forse però ogni tanto dovremmo ricordare ai nostri figli che le cose non sempre sono andate così. Appena 100 anni fa, nel 2009, i regali si facevano solo una volta all’anno, e proprio in questi giorni. Buon Natale.
Fabio Bonifacci (wish list a www.bonifacci.it)
Per me questa notizia è un piccolo scoop. Nel 2006 il sindaco di Neza, quartiere violento di Città del Messico, decise che per affrontare il crimine aveva bisogno di poliziotti migliori e più preparati.
Come “corso di formazione” li obbligò a leggere una serie di autori, tra cui Cervantes, Octavio Paz, Garcia Marquez, Carlos Fuentes, Edgar Allan Poe, Agata Christie, Antoine de Saint-Exupèry, ecc. Era convinto che queste letture avrebbero arricchito i suoi agenti in vari modi. Sentiamolo dalle sue parole (dove ci sono i puntini ho tagliato)
“In primo luogo consentono agli agenti di acquisire un più ampio vocabolario… Poi offrono loro la possibilità di fare esperienza per delega. Un agente di polizia deve essere esperto della vita, e i libri arricchiscono l’esperienza indirettamente…Infine c’è un beneficio etico: rischiare la vita per proteggere gli altri richiede convinzioni profonde. E la letteratura può dare ad esse maggior vigore facendo scoprire ai lettori vite vissute con analogo impegno”.
Che meraviglioso colpo di scena! Oggi la “dittatura della fiction” sostiene l’opposto: milioni di film e telefilm ci dicono in tutte le lingue che gli unici veri conoscitori della vita sono i poliziotti. Non c’è autore (me compreso) che per scrivere una sua storia non si sia sentito in dovere di andare a parlare con qualche persona in divisa.
L’idea che leggere libri possa fornire più “esperienza della vita” che fare servizio su una volante è rivoluzionaria. Piccolo dettaglio: secondo me è anche vera.
Si dice che la realtà superi la fiction. Invece le cose non stanno così: la realtà è diversa dalla fiction. Non è lo stesso concetto.
PS. La notizia è tratta da “Come funzionano i romanzi”, di James Wood da poco uscito per Mondadori. Fra l’altro lo consiglio a chiunque ami leggere e/o scrivere. E’ un bel libro.
Un autore piuttosto noto mi ha regalato questo testo per il corso di scrittura gratuito. Per ragioni che capirete leggendo, non ritiene necessario firmarlo. Io lo trovo molto interessante
Il nemico di chi racconta
Uno dei grandi ostacoli al raccontare è già scritto nel movente per cui si comincia a farlo: la firma. Vale per lo scrittore, il giornalista, il regista. Chiunque faccia arti che raccontano una storia.
E’ difficile che qualcuno cominci spinto davvero dal desiderio di raccontare il mondo. Molti iniziano per raccontare se stessi. Una minoranza già sofisticata per mostrare l’acutezza del proprio sguardo sul mondo. In ogni caso, per parlare di sé.
Dobbiamo saperlo: ci si avvicina alla pratica artistica spinti dallo stesso bisogno di chi compra la Ferrari o sculetta ai concorsi di veline. Si desidera solo gonfiare il petto e gridare “sono qua anch’io”, come fa il cugino orango cui ci accomuna il 98,8 % di Dna.
Poi, nei casi migliori, piano piano si cambia. Ci si dimentica di se stessi e ci si appassiona davvero alle cose da raccontare. E’ la “filosofia del pallino” che inventò Lamberto Sechi su Panorama degli anni Sessanta. Diceva che il giornalista deve dimenticare se stesso e riferire la realtà nel modo più asciutto possibile. La firma, resa inutile dall’omogeneità dello stile, veniva sostituita da un pallino. Quel Panorama senza firme e senza “io” è stato uno dei migliori periodici italiani.
Per chi narra le cose sono diverse. Gli stili si differenziano, il tono si personalizza, lo stile può diventare ricco e sofisticato. Non c’è bisogno di firmarsi coi pallini, o di praticare l’anonimato ma la sostanza deve restare quella: bisogna dimenticare se stessi e pensare al mondo che raccontiamo. Possiamo scrivere come Gadda o fare film come Bunuel, ma solo quando raccontiamo qualcosa che necessita di quello stile, non per mostrare la nostra intelligenza & abilità.
Il giuramento del narratore
Sono narratore. Il mio compito è raccontare la realtà. Tramite me la realtà rappresenta se stessa.
Devo trasfigurarla affinché sveli qualcuna delle sue mille oscurità. Ma devo sempre ricordare che non sono altro che un postino che porta la realtà al lettore.
Penserò al mondo che si rappresenta tramite il mio lavoro, e penserò a chi deve godere della rappresentazione. Ma non penserò al mio successo o a quello della mia opera, puri accidenti poco più che casuali.
Il pensiero dell’insuccesso o della gloria non occuperanno la mia mente e non potranno distrarmi dal mio vero lavoro: conoscere più a fondo la realtà, e imparare ogni giorno a rappresentarla meglio.
Non mescolerò vita e arte perché so che il mio lavoro scusa i miei comportamenti quanto quello di un manovale, di un manager o di un macellaio.
Non seguirò né combatterò le mode artistiche della mia epoca, perché il destino delle mode è essere ignorate.
Non proverò invidia o disprezzo per i colleghi e dividerò con loro i segreti del mestiere di cui vengo a conoscenza.
Non cercherò mai di mettere in evidenza la mia abilità. Poca o tanta che sia, verrà usata per raccontare gli altri, non per mostrare se stessa.
Tratterò col massimo rispetto ogni creatura della mia fantasia e tenterò con ogni mezzo di capirla più a fondo, come fosse un essere reale che per vivere ha bisogno della mia comprensione.
Non userò l’aggettivo “mio” per personaggi, idee, frasi, immagini creati dalla mente che poggia casualmente sulle mie spalle.
Il copyright e la parola “io”, concetti utili per la vita pratica, sono sbagliati a livello profondo. Non sono io che invento le cose, sono le cose che vengono a farsi inventare. La fantasia è un serbatoio comune dell’umanità. Io lavoro seriamente per imparare ad accedervi nel modo più ricco e più efficace, ma la mia fantasia non è mia.
Comunque vada, sarò grato al destino per avermi regalato un mestiere che ha il potere di riempire l’esistenza.
|
Perché questo blog Questo blog nasce per rispondere alle domande
sul corso di scrittura gratuito. Per trovare tutti i post sul tema basta cliccare tra le categorie "corso scrittura & dintorni".
Ma il blog nasce anche per altri motivi. In ordine sparso:
Per scrivere quello che mi va
Per ascoltare storie vere
Perché Ginger, come sempre, l’aveva detto
Perché un blog ci vuole
Per leggere il tuo commento
Perché nasce da web log, “tracce su rete”, e volevo far vedere che lo so
Perché certi giorni, sbagliando, mi sembra di avere qualcosa da dire
Il corso di scrittura gratuito è www.bonifacci.it
Corso di Scrittura Chi non conosce il corso di scrittura gratuito lo trova QUI
|
Commenti recenti