Cosa può scrivere chi ha una vita normale?

Mi scrive un “ragazzo normale” che dice:

Complimenti per il suo lavoro. Davvero! Sto leggendo con davvero tanto gusto e tanto piacere le tue lezioni. Effettivamente scrivere è un lavoro duro!
Il mio grande dubbio nello scrivere è sempre stato questo: reputo giusto e quasi obbligatorio scrivere e raccontare storie, ma scriverle raccontando cose giuste, cose sensate e non inventate. Mi spiego meglio: se voglio scrivere la storia di un uomo di 40 anni che lavora in ufficio a New York (esagero per fare l’esempio) mi troverei in grosse difficoltà dato che io ho 25 anni e lavoro come operaio in provincia di Milano e non so niente di lavoro di ufficio, niente della vita di un 40enne e niente di New York. Quindi sono “costretto” a scrivere la storia di un ragazzo di 25 anni (dei quali conosco abitudini e stili di vita), di operai e di luoghi che conosco. Per questo mi viene da pensare che (oltre alla capacità di scrivere e gli studi in merito) una bella storia interessante e originale la possa scrivere chi ha avuto una bella vita, una brutta vita, una vita piena di viaggi e soprattutto piena di conoscenze che possano fare in modo di scrivere un racconto o un romanzo su un lavoro, un luogo esotico o un modo di pensare.
Altrimenti un ragazzo “normale” non credo possa sfornare nessun tipo di storia non sentita già mille volte: un viaggio in spagna, la conoscenza di una ragazza, la ragazza che abita a londra, il protagonista che va a londra, ecc ecc.
Non so perchè ho scritto tutto questo, forse per sentirmi dire che non è vero, o forse per sentirmi dire che ho ragione e quindi non fantasticare troppo sull’idea di scrivere una bella storia.
Grazie e complimenti ancora per il suo lavoro!

RISPOSTA: Il tuo commento dimostra una grande consapevolezza di un problema fondamentale. La scrittura ha bisogno di verità e di realtà, le sono necessarie come il lievito nel pane. Tuttavia le realtà che possiamo conoscere nella vita sono limitate. Quindi che fare?
Ci si può costruire un’esistenza avventurosa e vedere tutto il mondo per poi poter scrivere qualcosa di originale e potente. E’ lo stile Hemingway che però, per noi comuni mortali, rischia di essere un po’ dispersivo. E poi non è adatto a tutti anche perchè, banalmente, chi vive avventure in prima persona spesso perde un po’ la voglia di scriverle. Salgari diceva che la scrittura si nutre non di conoscenza ma di desiderio di conoscenza.
Questa è appunto un’altra strada: vivere una vita normale e inventare cose mai viste. Salgari scriveva romanzi ambientati in Malesia senza averla mai vista. Però questo stile va bene per un certo tipo di letteratura, più di intrattenimento. La mancanza di verità si sente.
Esiste infine una terza strada, in parte più artigianale e modesta, che si riassume in una parola: studiare. Studiare la realtà che si vuole descrivere, entrarci dentro, sperimentarla, parlare con chi la vive, e poi infine scriverne. Un esempio è Martin Cruz Smith che anni fa scrisse un giallo  ambientato a Mosca (Gorky Park). L’autore a Mosca non c’era mai stato, tuttavia quel libro fu salutato come uno dei migliori ritratti della società sovietica dell’epoca. Come aveva fatto? Semplice: aveva studiato. Per non parlare del Manzoni e del suo lavoro certosino durato 27 anni.
Nel mio piccolo, lo faccio sempre anch’io. Per scrivere “Si Può Fare” ho frequentato per qualche mese un centro di salute mentale, e parlato con decine di persone che lavoravano in cooperative sociali come quella raccontata nel film. E’ un metodo che uso sempre: anche se scrivo in una commedia, se ho in scena un pizzaiolo egiziano o un camionista, almeno un giorno in una pizzeria egiziana o su un camion, me lo faccio. E se è il protagonista, ne faccio molti di più.
Studiare le realtà umane fra l’altro è molto bello, è uno dei motivi per cui vale la pena scrivere. All’inizio si hanno un sacco di timidezze, si ha paura di chiedere. Però, se ti butti, scopri che la frase  “vorrei conoscere il tuo mondo per un romanzo che sto scrivendo”  ha il potere di spalancare mille porte. Una curiosità autentica paga, il 90% delle persone si apre, ti racconta, ti fa vedere.

Ecco quindi quella che, per chi non è incline a una vita avventurosa, può essere una buona chiave per scrivere: un occhio attento alla realtà per individuare le possibili storie, e poi, quando si trova quella giusta, la capacità di studiare l’ambiente di cui si vuole parlare, com umiltà, curiosità, interesse.
Infine un consiglio: all’inizio, quando  si comincia, è meglio non distanziarsi tantissimo dagli ambienti che si conosce meglio. La verità della scrittura è una sorta di distillato, come la grappa. Finchè non abbiamo imparato a distillare bene, meglio non andare troppo lontano dai mondi che conosciamo meglio.

Infine, non dimenticare mai che la fonte più preziosa siamo noi: le nostre emozioni, quel “cuore” che abbiamo e che contiene in potenza tutti i sentimenti umani. La rabbia furente che proviamo quando abbiamo fretta e qualcuno ci ruba il parcheggio  può diventare, se osservata in profondità, la base di una splendida descrizione del misterioso “raptus omicida” di cui si parla tanto nei dibattiti tivù :).
Insomma, una accurata conoscenza del mondo che si descrive è fondamentale ma la maggior parte della verità emotiva che possiamo mettere nella scrittura è facilmente reperibile: sta dentro di noi.
Per questo, e concludo,  Rodinì diceva “per scrivere una grande opera serve un avventuriero che resti a casa”.

Scrive Nicola: “Buongiorno, ho seguito il tuo corso di scrittura creativa su internet. Mi piacerebbe se in un articolo sul tuo blog tu dicessi a noi che ti seguiamo se è il caso di partecipare al concorso di scrittura creativa della rai intitolato “La giara”, il cui regolamento trovi all’indirizzo:

FABIO: Purtroppo non posso esserti utile. Nel corso, come promesso, racconto tutto quello che so, e queste cose non le so.
Ho fatto la mia gavetta e i miei “mille tentativi di entrare nel giro” tanti anni fa: non ho capito cosa funzionava e cosa non funzionava allora, figuriamoci adesso che è cambito tutto. Inoltre il mio “giro” ora è il cinema, di editoria so meno.
Premesso ciò, posso dirti che nei miei “mille tentativi” ho seguito una unica regola: non sapendo cosa funzionava, le ho provate tutte, ma proprio tutte.
Poi la svolta è avvenuta nel modo più imprevedibile: un incontro casuale al bar (e in un bar dove era impossibile pensare che accadesse qualcosa).
Che ti devo dire? Non c’è regola, questo  dice la mia piccola esperienza. Però bisogna provarci tanto, senza stancarsi.

Avere talento significa anche farsi trovare pronti quando c’è l’occasione. E darsi da fare per cercarla anche se nesuno sa dov’è.

So che sono informazioni vaghe ma di più, se voglio essere onesto, non posso dirti.

IL SITO TORNA IN VITA

Ecco la cronaca. A dicembre un misterioso guasto colpisce il mio sito, secondo alcuni è un guasto tecnico, secondo altri è opera di hackers. A parte che non capisco cosa diavolo possano cercare gli hackers in un corso di scruttura, ma tant’è…sta di fatto che si blocca tutto, perdo informazioni, anche perchè al mio incidente se ne aggiunge un altro un mese dopo sul server che mi ospita. Morale: non ci si capisce più niente, forse ho perso tutto, o forse da qualche memoria si riesce a recuoperare tutto,  o forse una parte, e poi dov’è questa memoria, capperi?’…

Insomma, per capirci qualcosa e rimettere insieme tutto, “l’amico del computer” (anzi i due amici del computer, che nella vita fanno anche altro) ci mettono un po’ di tempo. Cioè fino ad oggi.

Durante questo tempo non potevo aggiornare nè il blog nè il corso, perchè rischiavo di perdere i nuovi post.

In questo periodo sono andati perduti alcuni commenti e -forse- anche qualche iscrizione. Chi non accede più con la sua password dovrà quindi re-iscriversi.

Per il resto è tutto a posto. Sono di nuovo qua. A presto nuove lezioni sul corso di scrittura. Baci a tutti.

Un regalo vi seppellirà

Lo scorso Natale  ho immaginato la fine del capitalismo in un testo che, curiosamente , è stato pubblicato sul giornale di Confindustria. Qualcuno me l’ha chiesto e non lo trova, così ho deciso di ripubblicarlo qua (per i più precisi, l’articolo era in 1° pagina di Nova, inserto del Sole-24 Ore, numero del 24-12-09).

Bologna, 2120. I regali di Natale non esistono più, i nostri giovani ne hanno smarrito persino la memoria. Ma vorrei ricordare loro che un secolo fa, all’inizio del Terzo Millennio, in questi giorni le città brulicavano di umani alla disperata ricerca di regali. Era una sorta di febbre difficile da spiegare. Diciamo che, in sintesi, i regali si facevano a Natale perché gli altri giorni non esistevano. Oggi è difficile capirlo, immersi come siano in quella “Economia del Regalo” che ci pare una condizione eterna e naturale. Non è così: fino a pochi decenni fa l’economia era basata sul denaro, il che significa qualcosa che è ormai difficile persino da pensare: “nessuno ti regalava nulla, ogni cosa doveva essere pagata”. Incredibile, eh?

La grande evoluzione, si sa, iniziò con Internet, che nei primi decenni del millennio abolì il denaro in quasi tutti i settori artistici e intellettuali. Nel secolo precedente, musicisti, registi, giornalisti, scrittori “vendevano” i loro prodotti in cambio di denaro ma la rete erose progressivamente questa possibilità fino ad annullarla. Si arrivò a un punto in cui dischi, romanzi, film e articoli erano scaricabili gratis nel momento stesso in cui uscivano a pagamento. Ovvio che nessuno li comprava più. Le aziende chiusero e gli intellettuali cambiarono mestiere. Erano tempi in cui i giornali erano pieni di annunci tipo “ex pop star cerca qualunque lavoro purchè serio. No la mattina!!”.

I giornali, già allora, erano tutti on-line e non erano più nemmeno gratis: al contrario, era l’editore che pagava 50 centesimi i lettori disposti a leggere mezz’ora le notizie, fornendo così un pubblico agli annunci pubblicitari. Ma il giochino no resse e anche loro chiusero i battenti, come già le altre aziende dell’industria culturale. All’epoca si versarono fiumi di byte sulla “morte della cultura” e “la fine della comunicazione di qualità”, invece fu l’inizio di una stagione gloriosa. Scrittori, giornalisti, registi, musicisti andarono a fare altri lavori ma la passione si rivelò più forte di tutto, e molti finirono a fare come hobby quel che prima facevano per mestiere. La qualità dei prodotti si innalzò notevolmente. Nessuno era più obbligato a scrivere un articolo o girare un film per contratto, lo faceva solo quando aveva davvero qualcosa da dire. I contenuti divennero più densi, ricchi, appassionanti. Poi ci fu il celebre caso di F.T., la scrittrice di libri per bambini che annunciò la sospensione della saga sugli Snork perché il lavoro in ferramenta le portava via troppo tempo. Ma i bimbi piangevano e protestavano, volevano nuove avventure degli Snork. Genitori di tutto il mondo si unirono e chiesero alla scrittrice di pubblicare in rete una “Wish List”, cioè una lista dei suoi bisogni e desideri: avrebbero pensato loro a soddisfarla, permettendole di lasciare la ferramenta e riprendere la saga. F.T. iniziò così a vivere di regali: la gente spuntava la sua “wish list”, regolarmente aggiornata, e le mandava un salame, dieci chili di pasta, o si offriva per aggiustarle la frizione. F.T era di nuovo una scrittrice a tempo pieno: non prendeva più soldi ma aveva una lista di 4250 “donatori” disposti in ogni angolo del mondo a regalarle quanto le servisse. L’esempio fece scuola: artisti e intellettuali d’ogni genere crearono la loro “wish list” e, a seconda del gradimento, trovarono un numero più o meno grande di persone pronte a far loro regali. Famoso il caso del poeta B.P., che al mondo aveva un solo fan, solo che era l’uomo più ricco d’Europa, così B.P. potè mettersi in panciolle a comporre a poesie che spediva direttamente via mail al suo unico lettore.

Si arrivò a una società “a due velocità” in cui artisti e intellettuali vivevano nella “economia del regalo” creata dal piccolo mecenatismo di massa della rete, mentre gli altri continuavano a vivere di scambi monetari. I primi a tentare di “saltare il fosso” furono professionisti che abitano sul confine tra pratica e intelletto, architetti e ingegneri. Un movimento internazionale di progettisti verdi creò una “wish list” promettendo un patto: voi ci regalate quel che ci serve a vivere, noi in cambio regaleremo Progetti Ecologici a chiunque voglia costruire, così anche chi non ha coscienza ambientale farà case ecologiche per risparmiare le spese di progettazione. Erano tempi in cui l’ansia per il futuro del pianeta montava, Venezia era sommersa e i turisti di tutto il mondo correvano a Ferrara e Rovigo, le “nuove Venezie” piene di gondole e via d’acqua.

Così la “Wish list” dei progettisti verdi ebbe molti sostenitori: pochi anni dopo c’erano al mondo oltre 20.000 eco-architetti che vivevano di regali, e in cambio regalavano progetti eco-compatibili a chiunque dovesse costruire una casa, povero o ricco che fosse. Poi cominciarono a muoversi i medici alternativi, gli avvocati di strada, le associazioni di volontariato, gli psicologi più innavativi: chiunque riteneva di avere qualcosa di buono da portare nel mondo creava la propria “Wish list”, per trovare sostenitori che gli permettessero di “lavorare per regalare” e non per produrre. Il resto è storia: quando un 15% dell’umanità ormai viveva nell’economia del regalo (e ci stava pure bene) la “wish list” divenne uno status symbol. Semplicemente, se ce l’avevi alle feste cuccavi di più. E questa, insegnano i sociologi, è la variabile che sposta il trend nelle giovani generazioni. Tutti gli under 30, dai medici ai meccanici, dai fruttivendoli agli idraulici, tentarono di creare la propria “wish list” per esercitare gratis la propria attività e mantenersi coi regali dei sostenitori. A quel punto gli economisti (che, è noto, capiscono le cose solo dopo che sono accadute) si accorsero di un fatto lampante che gli era sfuggito: “l’economia del regalo” è stata la base della civiltà per tempi biblici mentre l’economia del denaro è una esperienza marginale, due-tre miseri secolucci contro decine di migliaia di anni. E dunque agli economisti parve ovvio che, esaurita quella fase di “creazione del benessere” che aveva bisogno dello sprinter del mercato e dalla competizione, l’umanità tornasse alla sua forma originaria di circolazione di beni e servizi: il regalo.

Oggi il 70% degli eseri umani lavora nell’economia del regalo, mentre il denaro è appannaggio dei ceti meno abbienti e marginali. Forse però ogni tanto dovremmo ricordare ai nostri figli che le cose non sempre sono andate così. Appena 100 anni fa, nel 2009, i regali si facevano solo una volta all’anno, e proprio in questi giorni. Buon Natale.

Fabio Bonifacci (wish list a www.bonifacci.it)

Piccolo scoop: da chi imparano i poliziotti?

Per me questa notizia è un piccolo scoop. Nel 2006 il sindaco di Neza, quartiere violento di Città del Messico, decise che per affrontare il crimine aveva bisogno di poliziotti migliori e più preparati.
Come “corso di formazione” li obbligò a leggere una serie di autori, tra cui Cervantes, Octavio Paz, Garcia Marquez, Carlos Fuentes, Edgar Allan Poe, Agata Christie, Antoine de Saint-Exupèry, ecc. Era convinto che queste letture avrebbero arricchito i suoi agenti in vari modi. Sentiamolo dalle sue parole (dove ci sono i puntini ho tagliato)
“In primo luogo consentono agli agenti di acquisire un più ampio vocabolario… Poi offrono loro la possibilità di fare esperienza per delega. Un agente di polizia deve essere esperto della vita, e i libri arricchiscono l’esperienza indirettamente…Infine c’è un beneficio etico: rischiare la vita per proteggere gli altri richiede convinzioni profonde. E la letteratura può dare ad esse maggior vigore facendo scoprire ai lettori vite vissute con analogo impegno”.
Che meraviglioso colpo di scena! Oggi la “dittatura della fiction” sostiene l’opposto: milioni di film e telefilm ci dicono in tutte le lingue che gli unici veri conoscitori della vita sono i poliziotti. Non c’è autore (me compreso) che per scrivere una sua storia non si sia sentito in dovere di andare a parlare con qualche persona in divisa.
L’idea che leggere libri possa fornire più “esperienza della vita” che fare servizio su una volante è rivoluzionaria. Piccolo dettaglio: secondo me è anche vera.
Si dice che la realtà superi la fiction. Invece le cose non stanno così: la realtà è diversa dalla fiction. Non è lo stesso concetto.
PS. La notizia è tratta da “Come funzionano i romanzi”,  di James Wood da poco uscito per Mondadori. Fra l’altro lo consiglio a chiunque ami leggere e/o scrivere. E’ un bel libro.
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