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Mi arrivano molte mail con questa domanda. Ovviamente rispondere è quasi impossibile. Però in genere ci provo e qualcosa dico. Ne pubblico una perchè la risposta può essere utile anche ad altri.
Ciao, cerco un consiglio da parte di chi conosce bene questo mondo. Io ho ventitre anni e per ora sto lavorando part- time come donna delle pulizie in banca. Da un anno ho scoperto la passione per la scrittura ( prima non sapevo cosa volessi fare della mia vita, e ho viaggiato e fatto lavoretti part- time, quando si è giovani si campa con poco) e mi sono resa conto che mi piacerebbe troppo essere pagata per scrivere, in particolare per scrivere sceneggiature, libri per bambini o per riviste di viaggi.
Ho pensato che il prossimo anno potrei iscrivermi, data questa passione, a scienze della comunicazione, ma poi mi sono detta ” ma dove vuoi andare con questa aria di crisi, e ora non hai più diciotto anni, e non puoi permetterti di sognare perchè di soli sogni non si vive”. Un altro tipo di lavoro che mi piacerebbe troppo fare è l’ostetrica, credo che insieme al lavoro di scrittore sia uno dei lavori più entusiasmanti, più vivi, più creativi, più vicini al soffio della vita. Quindi ho pensato che potrei iscrivermi a ostetricia e fare quindi due lavori: l’ostetrica e la scrittrice. Però la mia paura è che abbandonando la strada di scienze delle comunicazioni non potrei fare più la sceneggiatrice,scrivere per riviste di viaggi,su rubrice, lavorare per una casa editrice.
Che fare quindi? Se vincessi un milioni di euro farei la scrittrice, senza neanche pensarci, ma dato che di soldi ne abbiamo pochi in famiglia, vorrei prendere una decisione che mi permetta di avere un futuro, una famiglia, e qualche uscita al ristorante.
Grazie davvero!
Paola
Ciao Paola, dare consigli su questi temi è difficilissimo. Quindi prendili con le molle.
Considera che tante persone desiderano fare della scrittura un lavoro e poche ci riescono.
Coi libri, saranno 20 o 30 che riescono a campare in italia (facendo solo quello, intendo).
A vivere solo di sceneggiature siamo un po’ di più, non so quanti. Ma tipo 200 o 300.
Non è un lavoro da grandi numeri. Tanti vorrebbero, pochi ci riescono: questa è la sintesi.
Detto ciò, chi ha davvero passione fa bene a provarci, ne vale la pena, è comunque una cosa che fa crescere, e poi nella vita è bene non avere rimpianti.
Però se non si è ricchi fi famiglia è meglio, secondo me, pensare anche ad un altro lavoro, tenere la scrittura come hobby, a cui magari dedicare molto tempo ma senza farne una scelta unica di vita. E’ troppo rischioso per chi non è nato ricco.
Io almeno ho fatto così, se ti interessa ti racconto in breve la mia storia.
Ho sempre scritto da che ho memoria, e ho anche abbastanza letto. Ma ho iniziato a provarci seriamente dal 1983, mentre facendo l’università e ogni tanto lavoravo.
Ho scritto tre romanzi e li ho buttati via perché, lo capivo da solo, erano venuto male.
Poi nel 1988 ho scoperto le sceneggiature di film e mi sono buttato su quelle, anche per imparare a costruire una trama, che era il punto debole dei miei tentati romanzi
Ho scritto una sceneggiatura all’anno, con molta fatica, mentre facevo un altro mestiere (anzi vari mestieri, tutti con poche garanzie). E’ andata avanti così per 10 lunghi anni. 10 anni, 10 sceneggiature scritte, 10.000 pagine in computer, almeno 1000 tentativi di piazzare quelle sceneggiature a vari produttori. Risultati ZERO.
Nel frattempo ho pubblicato anche due libri, che hanno venduto poco e non hanno spostato di un millimetro la mia condizione
Poi, nel 1998, si è fatto il primo film da una mia sceneggiatura, poi subito il secondo e il terzo, e poi….ho lasciato il produttore con cui lavoravo e ho dovuto rincominciare quasi daccapo. Per altri 5 anni non è uscito nessun mio film. Sono ripartito da quasi nulla rincominciando a tentare e provare, senza che venisse girato nulla di quel che scrivevo, il tutto per altri 5 anni.
Adesso di anni ne sono passati altri 5 o 6, mi cercano in tanti, ho fin troppo lavoro, e guadagno anche bene. In tutto ciò qualcosa ho imparato, ma non scrivo in modo troppo diverso da 20 anni fa quando rimbalzavo contro i muri di gomma.
Quindi, come emerge dalla storia nel complesso, nella mia esperienza l’aleatorietà domina sovrana nel settore. Direi quindi senza dubbio che ti suggerisco di fare l’ostetrica, e di coltivare la tua passione per la scrittura nel tempo libero.
La laurea secondo me non è necessaria per scrivere. Serve leggere molto e studiare molto, questo sì, ma va fatto in modo mirato, a seconda del tipo di scrittura che vuoi imparare. E puoi farlo benissimo da sola. Se hai davvero passione e volontà, puoi leggere tanto e studiare tanto anche senza l’università.
Il punto è se hai davvero passione e volontà di imparare. Non tutti gli aspiranti scrittori li hanno.
Questo è quanto mi viene istintivamente da dirti. Però, ripeto, dare consigli in questo campo è difficilissimo.
A me è andata bene, ma poteva andarmi male. E non lo sapevo prima. Nessuno lo sa mai prima. Quei 10 anni potevano tranquillamente rivelarsi tempo buttato via. E’ accaduto a tanti, non tutti meno bravi di me, temo.
Perciò non dimenticare che è la tua vita che è in gioco. Fai bene a chiedere consigli in giro ma ricordati che la responsabilità della scelta è tua. Se sbagli sei tu che paghi il prezzo. Ascolta tutti ma non delegare la scelta a chi ti dà consigli.
La scelta devi farla tu, anche seguendo la voce profonda del cuore. Lei sa.
In bocca al lupo
Ho trovato in rete questo testo attribuito a Umberto Eco che pare in realtà frutto di Spinoza.it. Si tratta di 23 consigli su come non si scrive, con dimostrazione pratica incorporata. Grazie a Stefano Pisani che l’ha segnalato.
1.. I verbi avrebbero da essere corretti.
2. Le preposizioni non sono parole da concludere una frase con.
3. E non iniziate mai una frase con una congiunzione.
4. Evitate le metafore, sono come i cavoli a merenda.
5. Inoltre, troppe precisazioni, a volte, possono, eventualmente, appesantire il discorso. Siate press’a poco precisi
6. Le indicazioni fra parentesi (per quanto rilevanti) sono (qu
asi sempre) inutili.
7. Attenti alle ripetizioni, le ripetizioni vanno sempre evitate.
8. Non lasciate mai le frasi in sospeso perché non.
9. Evitate sempre l’uso di termini stranieri, soprattutto nell’email, ma anche nella chat, potreste prendervi un flame nel network.
10. Cercate di essere sintetici, non usate mai più frasi del necessario, con inutili giri di parole che non aiutano la sintesi. In genere e’ di solito quasi sempre superfluo, inutile.
11. Evitate le abbreviaz. incomprens.
12. Mai frasi senza verbi, o di una sola parola. Eliminatele.
13. I confronti vanno evitati come i cliché.
14. In generale, non bisogna mai generalizzare.
15. Evitate le virgole, che non, sono necessarie,
16. Usare paroloni a sproposito e’ come commettere un genocidio.
17. Imparate qual’e’ il posto giusto in cui mettere l’apostrofo.
18. Non usate troppi punti esclamativi!!!!!!
19. “Non usate le citazioni”, come diceva sempre il mio professore.
20. Evitate il turpiloquio, soprattutto se gratuito, porca puttana!
21. C’e’ veramente bisogno delle domande retoriche?
22. Vi avranno gia’ detto centinaia di milioni di miliardi di volte di non esagerare.
23. Trattate sempre i vostri interlocutori come amici, brutti idioti.
Bella recensione di Christian Raimo sul romanzo di Walter Veltroni. Nel mettere in luce i limiti letterari dell’opera traccia un elenco di “cose da non scrivere mai”. E’ una interessante lezione di stile, utile per i principianti. Ecco un estratto della recensione uscita su Minima Moralia (se volete l’originale è qui)
di Christian Raimo
(….) Cominciamo col dire subito che il libro di Veltroni è un’opera che se non avesse quel nome in copertina non sarebbe pubblicata da nessun editore di livello. È un libro farraginoso, quasi melmoso: la fatica di tenere la pagina se non usando pochi e vieti trucchi retorici è tale da farlo assomigliare a una lunghissima serie di tesine liceali accostate l’una all’altra. Va apprezzato il lavoro editoriale che evidentemenè stato fatto per farlo diventare un prodotto vagamente presentabile. Quello che tuttavia resta offerto al lettore è una quantità inusitata di pagine brutte, devastata da una serie di tic stilistici e sciatterie varie del Veltroni scrittore.
Chi è interessato alla trama, al suo valore simbolico, al “ritratto generazionale, può farsene un’idea leggendosi la scheda del libro sul sito, oppure una qualunque delle recensioni usite che sono particolarmente avare di giudizio critico. Proverei invece a partire dall’opposto e capire il romanzo di Veltroni focalizzandomi proprio sulla tecnica stilistica.
Proviamo a fare degli esempi, partendo da pagina 11, la prima del romanzo.
Proprio qui troviamo, a riga sei dell’incipit, una tipica espressione veltroniana. Il mare viene definito “ingiustamente bruno” e – a parte la cacofonia dell’immagine – non si capisce cosa voglia dire. Sembra proprio l’immagine irrisolta, puerile di chi non ha uno stile adulto, di chi non padroneggia una lingua letteraria.
Ci sono poi le ripetizioni. Già a pagina 12 abbiamo “una coppia esplosa, forse per noia o per delusione”, seguito dopo poco da “Poi, una sequenza di delusioni e Lucia e rifluita in una scuola per ragioneri”, e sei righe dopo da “ragazze carine [...] forse destinate a un rosario di aspettative deluse”. Alla pagina successiva “il meraviglioso protocollo” fa il paio con “quella meraviglia calda” distanziate da una manciata di righe. Lo sguardo di Giorgio è “rassicurante” a pag. 23, a pagina 26 “Francesca i suoi occhi li parcheggia nel luogo più comodo e rassicurante che in quel momento abbia a disposizione: l’infinito”, una riga e mezza dopo: “Giorgio arresta la barca, dopo aver dato allo striminzito equipaggio un messaggio imperativo e rassicurante” e a pag. 32: “mostri spaventosi e fiabe rassicuranti”, poi a pagina 83 torna un altro sorriso “rassicurante”, e di sguardi “sicuri” anche ce ne sono un po’. I “tipi” sono tutti inevitabilmente “strani”, spesso lo sono anche le “serate”. Pag. 61: “Alfonso sparò tutte le cartucce, poi tentò l’ultima carta”; pag. 66, sempre senso metaforico: “Giulio si fermò qui, aveva sparato tutte le munizioni”.
C’è l’abitudine a usare in modo ridondante le virgole, quello che definirei virgolismo. Pag. 12: “Giovanni che si spogliava, in bagno”. Pag. 22: Giorgio annuncia via sms che il lunedì mattina, presto, sarebbe partita una missione…”. Pag. 34: “Giovanni capì, quella sera,di essere diventato grande”, poche righe sotto: “… Fa la doccia e quando esce gli sembra che, a contatto con l’aria, la borsa abbia ripreso improvvisamente colore”, poche righe ancora sotto: “… viene riflesso da quel metallo che, per un tempo incalcolabile, ha vissuto solo con il buo della profondità”. Pag. 36: “È la prima cosa che il ragazzo estrae, con delicatezza, e posa sul letto”. Pag. 40: “Giovanni sa che, entrando lì, non avrebbe saputo da dove cominciare”. Pag. 41: “… un broncio che fa pentire Giovanni della confidenza che si è, troppo rapidamente, preso”. Pag. 85: “Per questo, istintivamente, mentre il ragazzo usciva dalla porta…”. Pag. 100: “… sottostare alla noiosa rigidità di un protocollo che, peraltro, prevedeva…”. Pag. 113: “C’era ansia, in quegli occhi”. Sempre pag. 113: “… fermando i capelli dietro l’orecchio destro, un gesto che, sempre, lo mandava in cielo”.
C’è il vezzo di usare tre sinonimi uno di seguito all’altro, spesso tutti e tre vaghi. Il triplisinonismo. Pag. 14: “Era un rito, una sfida, una prova”. Pag. 20: “Vuole che l’acqua l’avvolga, la carezzi, la culli”. Pag. 23: “… di chi sa riconoscere nell’uniformità del mare una rotta, un punto d’arrivo, un destino”. Pag. 31: “… i suoi genitori si odiavano, si rifiutavano, si respingevano”. Pagina 31, due righe sotto: “… ha sviluppato una dimensione creativa, fantastica, sognante”. Pag. 55: “Una storia lunga, magica, dolorosa”. La migliore, forse, a pagina 76: “Lorenzo deglutì mentre bussava alla porta dell’ufficio del padre. Era agitato, emozionato, arrabbiato”. Pag. 83: “… gli conferivano un’aria di sicurezza, competenza e autorevolezza”. Pag. 84: “Ho una domanda secondaria, un aspetto marginale, irrilevante”. Pag. 86: “Il progetto che ormai lo aveva invaso, occupato, posseduto”. Pag. 91: “Come se tutto fosse insopportabilmente disordinato, rumoroso, concitato”. Pag. 92. “… Elisa. Che è il mio sguardo sul mondo, la mia televisione, il mio periscopio”. Pag. 104: “Aveva un tono strano, ansioso, affannato”. Pag. 111: “Gli dava fastidio quell’allegria infondata, esagerata, falsa”.
C’è un uso di registri, tipico di Veltroni (vedete il monologo Quando l’acrobata cade, entrano i clown) che fanno a botte l’uno con l’altro, spesso uno semiburocratico l’altro iperlirico. Il tecnoletterarismo. Pag. 15: “Lasciano sulla spiaggia una scia di attesa e leggerezza, di fascino e di mistero. [...] Sanno tutto del mare e delle tecniche di immersione e di esplorazione dei fondali marini. Ma devono applicare la loro competenza all’Adriatico.”
C’è un uso pervasivo di citazioni da film usati in modo feticistico: invece di descrivere uno stato d’animo o la reazione causata da uno stato d’animo. Prendete un esempio qualunque, tipo pag. 16: “Si sente come Jean-Louis Trintignant nel Sorpasso“, oppure a pag.17: “Quel ciuffo di capelli che ricorda Mark Frechette, l’affascinante protagonista di Zabriskie Point“. Pag. 31: “Fellini è in ogni angolo di quella città sorridente e misteriosa. Giovanni ha visto tutti i suoi film, più volte. Fin da bambino il padre, un fan scatenato del maestro, gli ha fatto penetrare i confini di quel regno magico”. [Ci sono vari occorrenze in cui per non ripetere "Fellini" Veltroni usa la parola "maestro" - a parte la bruttezza dell'uso di appellativi elogiativi in un romanzo, in questo caso non si capisce chi è lo consideri tale: Giovanni? il narratore?]. Pag. 35: “Nella libreria seleziona la musica jazz di Fabrizio Bosso e fa scorrere la barretta azzurra fino al brano che lo commuove. È una rivisitazione, con lo struggimento che il suono dolente di una tromba puà provocare, della colonna sonora di Amarcord“.
C’è una roba che chiamerei licealismi: passi simili a quelli dei diari più banali di un ragazzo al liceo. Pag. 19: “L’acqua. È il suo elemento naturale. Il luogo dell’universo dove si sente più a suo agio. Libera, felice. Senza nessuno che la giudichi, senza rumori che non ha scelto né cercato, senza l’ossessione del tempo e dello spazio. Il mondo senza confini, fisici e temporali. E poi la sorpresa, l’ignoto, la percezione del proprio respiro come promemoria [tecnoletterarismo] del valore di ogni istante della vita”.
Le metafore spiegate. Già dalla prima pagina, le similitudini e le metafore sono ridondanti. Spesso Veltroni non si tiene e pare debba per forza spiegarle. C’è pieno in tutto il libro. Prendiamo per fare un solo esempio sempre pagina 19: di seguito al pezzo precedente: “Insomma: il ventre materno, l’origine del mondo, la libertà”.
Citazioni da tesina, con giudizio lodativo annesso. Esempi anche qui a profusione. Prendiamo sempre anche pag. 19: “Quel tempo remoto che descritto meravigliosamente Frank Schätzing in Il mondo d’acqua, un libro di cui Francesca potrebbe citare a memoria lunghi brani”. [Segue citazione di mezza pagina]. Pag. 75: “Ma sopra di tutto adorava una frase di Robert Musil tanto da volerla scrivere su quel maestoso cartello che campeggiava su una parete del suo studio”. [Segue citazione di dieci righe]. A pag. 99 è la volta di Rimini – incapace di descriverla in altro modo che “Rimini sogna, e racconta. Storie e leggende favolose, un mondo di memorie in cui vero e immaginario si incrociano per non lasciarsi mai”, Veltroni usa anche qui una citazione di Fellini di dieci righe a seguire.
Banalismi tout-court, kitscherie. Qui è difficile scegliere, ma per capirci. Pag. 22: “Settembre a Rimini è bellissimo. Meno gente sulla spiaggia e nei viali, e nell’aria quella sensazione un po’ malinconica [ma va?] e un po’ febbrile della stagione che sta per finire. Pag. 78: “Perché il Grand Hotel è un tempo sospeso, è una nuvola di bellezza che ha resistito a tutto ed è arrivata fin qui”. Pag. 98: “Rimini è una città slow, carica di memoria e di struggimento”.
Spiegoni a gò-gò. I personaggi, i loro pensieri come i loro rapporti, non sono mai descritti, ma sempre enunciati. A pag. 24 per esempio il conflitto generazionale tra Giovanni e Francesca e descritto a botte diVoi siete questo e Noi siamo questo. Tutto quello che accade interiormente viene definito attraverso una serie molto ristretta di aggettivi standard accoppiati spesso ad avverbi, come in una sorta di didattica dei gesti che abbiamo appena visto. Per dire, a pag. 26: “Giovanni resta interdetto, l’addolcimento finale non ha cancellato la sgradevolezza delle parole di Francesca e la loro inaspettata brutalità”. Pag. 41: “Daniela fa finta di offendersi e mette su un broncio che fa pentire Giovanni della confidenza che si è, troppo rapidamente, preso. Ma lei lo stupisce dicendogli, con una sicurezza insospettabile in quell’aspetto deliziosamete minuto…”
I wikipedismi. Ogni tanto il romanzo fa una digressione in cui viene raccontata una vicenda storica curiosa. Il linguaggio che viene usato, sia nel narrato che nel dialogo, sa sempre di copia e incolla wikipediano. A pag. 32 per esempio c’è la storia di San Giovanni Marignano. A pag. 44 c’è la voce esperanto. A pagina 65 quella Edgar Allan Poe. A pag. 79 è la volta della storia bignamizzata del Grand Hotel.
Difetti della costruzione narrativa. Un esempio: il giovane sub Giovanni trova un contenitore misterioso in una delle sue immersioni nel mare di fronte Rimini, lo porta in superficie, e ci legge una scritta:Insulo de la rozoj. Voi che fareste? Giovanni capisce che è esperanto e utilizza Google Maps per andare a cercare il circolo di esperanto a Rimini dove farsi tradurre quest’espressione dagli addetti del posto. In rete c’è pieno di traduttori automatici di esperanto.
Mancanza di gestione della focalizzazione narrativa. Qui Veltroni sembra proprio non porsi questa fondamentale questione di narratologia, costruendo il romanzo. È difficile citare tutti i pezzi in cui questo deficit è palese. A pagina 42 per esempio a Giovanni viene chiesto se gli va di andarsi a mangiare un panino. “Messa così, è impossibile dire di no. Anche se la ragazza davanti a lui fosse stata la figlia di Fantozzi e anche se in quel momento avessero trasmesso in tv la finale dei campionati del mondo”. Pare che siamo nella testa di Giovanni, giusto? Il narratore mica farebbe esempi così adolescenziali? Senza soluzione di continuità, qualche riga dopo troviamo: “Ogni tanto fuori passa qualcuno in bicicletta, una ragazza ha una gonna che le si alza con il vento e ride imbarazzata, sembra un disegno di Rockwell”. Un disegno di Rockwell: quindi non stiamo più nella capoccia di Giovanni il ragazzo (…)
Spesso mi fanno questa domanda, e non so bene rispondere. Venti anni fa feci una inchiesta in materia, da cui risultò che in Italia vivevano solo di libri circa 10 persone, non di più. Così, non essendo ricco di famiglia, decisi di diventare sceneggiatore anzichè romanziere. Su tempi più vicini ho trovato un interessante articolo de Il Giornale, uscito nel 2007 che -attenzione- col sennò di poi è stato l’ultimo anno di vacche grasse. Dopo le cose sono andate sempre peggio. Solo nel 2012 c’è stato un calo di vendita dei libri del 30 % (i compensi di chi scrive ovviamente seguono il trend). Ecco la situazione nel 2007, prima che peggiorasse.
Chissà perché, per molti la domanda è maliziosa. E infatti se la fanno scivolare addosso. Abbiamo chiesto agli scrittori italiani quanto guadagnano. Non a chi ha scritto un solo libro, magari un po’ per caso. A chi scrive sistematicamente e pubblica con continuità. E va bene che parlare di soldi non è fine, forse è addirittura ineducato. Ma per una volta volevamo affrontare una questione concreta, sapendo che non manca di addentellati metafisici.
C’è chi non ha nessun problema a dirlo: io guadagno tot. Tanto? Poco? E’ tutto relativo. Il panorama della scrittura italiana è più affollato di un bar del centro all’ora di punta, in parecchi urlano e sgomitano e c’è la coda per chi vuole ancora entrare. Ma che di scrittura non si campi, è evidente. Quasi tutti gli autori di libri, anche se in attività da parecchi anni, svolgono altri mestieri, non necessariamente legati alla scrittura. C’è chi fa la guardia giurata (Vincenzo Pardini), chi il poliziotto (Maurizio Matrone), chi il bagnino, ancorché di lusso (Marco Buticchi), chi il magistrato (Gianrico Carofiglio), chi la pensionata dall’insegnamento (Margherita Oggero).
Tullio Avoledo è un funzionario di banca, a Pordenone. E’ anche uno di quelli che parlano volentieri dell’argomento. Essendo riuscito nella fortunata operazione di sfornare un bestseller d’esordio (L’elenco telefonico di Atlantide), ci aveva quasi illusi di avercela fatta, che per lui la scrittura fosse stata affrancamento dall’onerosa condizione impiegatizia. “Invece no,” dice. “Mi sento arricchito ma solo in senso artistico. In senso economico mi ci sentirò quando avrò la sensazione di vivere di rendita. Un paio di buoni contratti li ho ottenuti. Ma ho sfondato le aliquote d’imposta, e ho pagato più tasse di prima.” E stiamo parlando di un autore da 30-40mila copie vendute, quando la media nazionale è drammaticamente più bassa. In base a una ventina di testimonianze (a quel punto le risposte cominciavano ad assomigliarsi tutte) ci siamo confermati nell’idea che per un autore italiano vendere 10mila copie di un proprio libro, entro un paio d’anni dall’uscita, sia già un ottimo risultato.
Che le direzioni editoriali tacessero, su questo argomento, ce lo aspettavamo. Possiamo anche capirne le ragioni: non si vuole fomentare l’invidia tra autori, tra chi riceve anticipi più alti, perché le aspettative di vendita sono maggiori, e chi si deve invece accontentare di anticipi standard. Nessuno ci potrà smentire se sospettiamo però che a un autore sulla cresta dell’onda commerciale come Federico Moccia probabilmente vengano corrisposti anticipi succulenti. Da viverci insomma. “Io distinguerei in tre categorie,” spiega l’agente letterario Marco Vigevani. “Quelli che possono vivere dei proventi dei propri libri sono pochissimi; tre esempi: Moccia, Giorgio Faletti, Luciana Littizzetto. Poi ci sono gli autori di successo, quelli che vendono dalle 25mila alle 100mila copie, che costituiscono il nerbo economico delle case editrici, la loro struttura portante. Sono comunque pochi e spesso devono integrare il proprio reddito con un’altra entrata. Per i restanti, la scrittura è solo uno fra gli altri redditi”. Gianni Biondillo ha detto che con la scrittura “ci paga l’affitto”. A Milano, oltretutto, perciò può dirsi fortunato. Enrico Brizzi, di Bologna, ha detto di averne fatta un’attività esclusiva (o quasi), ma deve molto al suo straordinario esordio: Jack Frusciante è uscito dal gruppo, del 1994, sempre ristampato.
Molti eludono la domanda. Secondo Giuseppe Scaraffia “E’ perché temiamo tutti di essere pagati troppo o troppo poco. Vivere di scrittura è impossibile, è una barzelletta. La scrittura è un hobby costoso. E allora ci si mantiene con il giornalismo o l’insegnamento universitario, come nel mio caso. Io come ricercatore prendo 2.500 euro al mese. Poi ci sono altri espedienti: per esempio scrivere e farsi pagare in nero libri altrui, di attrici e di signore raffinate”. Insomma, se è un miraggio il vivere di soli libri, è comunque un privilegio anche il vivere di scrittura in senso lato. “Giornalismo e libri sono due insufficienze che, sommate, possono produrre una sufficienza,” chiosa Camillo Langone, forse l’unico scrittore italiano a pubblicare i suoi libri a puntate, in anticipo, sul “Foglio”, secondo lo schema ottocentesco del “feuilleton”. I “non so” e “non rispondo” si alternano a risposte chiare e dirette: “Poco o nulla,” sostiene da Napoli il critico Silvio Perrella. Che però invita a tenere conto di “altre articolazioni”. “Coi libri in sé non si guadagna nulla, tantopiù se si pubblica con piccoli editori,” spiega Tommaso Labranca. “Se uno però sa gestirsi, guadagna con l’indotto; io per esempio lavoro come autore televisivo e conduttore radiofonico. Con i libri, 5mila copie vendute sono un successo”.
Qui va precisato che il guadagno di un autore è mediamente del 10 per cento lordo sul prezzo di copertina. Chi ama i calcoli, da ciò può dedurre molto. I cinque scrittori che si firmano col nome collettivo Wu Ming, pubblicati da Einaudi, si sono divertiti a dichiarare il numero di copie vendute. Un loro bestseller ha totalizzato 107mila copie in 69 mesi, ma avranno dovuto dividere i proventi. Dell’”indotto” fanno parte anche le eventuali cessioni dei diritti cinematografici o televisivi, peraltro rare (i diritti di opzione vengono pagati in media 2 o 3mila euro). Margherita Oggero, dal cui romanzo La collega tatuata è stato tratto il film Se devo essere sincera , sceneggiato e interpretato da Luciana Littizzetto, ammette di potersi permettere “qualche ristorante e qualche ora della colf in più. E non devo più nascondere le calze bucate. Ma in questo lavoro non si ha la certezza che l’anno futuro sia buono come il precedente.” Proprio così. Molte speranze, qualche bella soddisfazione, ma poche certezze. Sostiene Marco Franzoso (pubblicitario): “Il reddito dei miei libri si aggira intorno al 5 per cento dei miei guadagni complessivi. Una miseria. Però il mio ultimo romanzo ha avuto una riduzione teatrale, messa in scena a Venezia”. La gloria, dunque, è un discreto compenso alla penuria. “La scrittura è un atto di libertà,” afferma Nicoletta Vallorani (docente universitaria) e autrice prolifica di narrativa, dalla fantascienza ai libri per ragazzi. “Considerato che l’editoria per ragazzi è un grande polmone, ce la potrei anche fare, a vivere di sola scrittura. Però non lo vorrei, perché mi toccherebbe pensare sempre alle vendite”. Alla faccia delle furbastre strategie di marketing, che sono il mestiere degli editori.
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