Diventare un uomo migliore…

Diventare un uomo migliore è anche assurdamente facile: basta guardare un bambino negli occhi e pensare a cosa è giusto che veda alla parola “padre”.
Però attenzione:  non si diventa migliori per accontentare i figli, è il contrario. Si fanno i figli per diventare migliori. Il loro sguardo puntato su di noi ci aiuta a diventare ciò che vogliamo essere. I loro occhi puliti coltivano la nostra parte migliore.
La generosità dei genitori è una fandonia: si fanno figli per avere un’occasione di crescita. La migliore, probabilmente.

E se bastasse un bimensile?

Un tizio parte a giugno con processo breve, scandali sanitari e Juve in crisi. Torna a settembre e cosa trova? Processo breve, scandali sanitari e Juve in crisi. Per raccontare l’Italia non servono tanti quotidiani, basterebbe un bimensile

Ritardo nuove lezioni

Cari corsisti, il romanzo delle scuse per giustificare il ritardo nelle lezioni ha un nuovo  entusismante capitolo. Stavolta il problema è che ho smesso di fumare e non riesco più (per il momento) a scrivere come prima. Non ci credete? Allego come prova una mail scritta a un regista e un produttore con cui sto lavorando, li chiamo X e Y

Cari X e Y,
vi scrivo per raccontarvi le ragioni (anche buffe) di un piccolo ritardo.
In sintesi è che ho smesso di fumare, e stavolta davvero. Purtroppo però io ho iniziato a fumare mentre iniziavo a scrivere, poi ho sempre fatto le due cose insieme e così si sono saldate nel mio cervello formando una unica creatura. Morale: oggi senza sigarette la mia testa diventa una scatola grigia e ho una creatività a metà strada fra Gigi Marzullo e il Jack Nicholson de “il mattino ha l’oro in bocca”

Tranquilli però: tutte le testimonianze personali e scientifiche concordano nel ritenere questo stadio provvisorio. E’ dimostrato che non esiste alcun nesso reale tra creatività e nicotina. Il nesso è psicologico e sta nella mia testa.
Ciò nonostante esiste e devo smantellarlo.
Lo sto facendo con ammirevole impegno, vado persino da un ipnotista e i progressi sono tangibili, anzi quasi entusiasmanti. 20 giorni fa per scrivere una mail di tre righe impiegavo 20 minuti. Ore nelle mail scrivo in fretta come un treno.

Ma le mail sono corte e i film lunghi. Ho ancora qualche difficoltà a vedere il film nel suo insieme, a dare un senso a tutto il percorso narrativo e a capire se un’idea, magari bella di per sè, sta bene dentro il quadro generale oppure no. I progressi ci sono ma non ho ancora la stessa lucidità di prima (poca o tanta che fosse, rivorrei la stessa!!)

Da tutto ciò le ragioni del mio ritardo. X sa che in condizioni normali, il passaggio da un soggetto di 20 pagine a uno scalettone di 40 sarebbe già avvenuto. Così non è, e queste sono le cause. Vi assicuro che, anche se non ho prodotto nulla di mandabile, mi sto facendo un mazzo così, anzi la fatica è circa 4 volte superiore alla norma.

Conto di recuperare presto le mie facoltà. Su questo siate fiduciosi come lo sono io, almeno quando non mi prende l’angoscia di resrare sempre così e vorrei impiccarmi! :).
In ogni caso, ce la farò. Spero anche di riuscire a rispettare la scadenza finale del (OMISSIS), pur se ritardano un po’ i passaggi intermedi.

Mi spiace di questo ritardo, soprattutto per Y che mi “sperimenta” la prima volta in questo frangente bizzarro. Ma  chiedi a X:  sa quanto fumavo e sa che questo passaggio prima o poi era obbligato.

Buone vacanze a entrambi

Vacanza!

Vado in vacanza. Per un po’ i vostri commenti (qui e sul corso) non saranno quindi approvati e giaceranno nel limbo. Al ritorno prometto, oltre a una splendida abbronzatura di cui giustamente non importa nulla a nessuno, anche una nuova lezione. Baci. Fabio

Ecco i racconti che hanno vinto

Sulla pagina facebook di Scrivila ancora Sam abbiamo fatto un gioco: scrivere un racconto passando per dei “puntini” obbligati.

Queste le regole: Noi vi diamo i tre puntini, A, B e C. (Inizio, svolta e un’idea di finale anche aperto). A voi la palla di sviluppare il racconto in 3000 battute (trattabili).

Questi i primi tre puntini: L’uomo delle polveri

A: Alex ha 30 anni, è single, timido e ipocondriaco. Purtroppo non ha trovato nulla di meglio da fare nella vita che vendere aspirapolveri porta a porta. Di solito non lo ascoltano neanche e gli chiudono la porta in faccia, ma quel giorno…

B: Non è mai bello trovarsi al 20° piano di un grattacielo, appesi per i piedi a testa in giù. Lo è ancora meno se ti viene un attacco d’asma e non hai il tuo spray preferito. Quindi Alex non può esimersi dal fissare quella montagna di carne che lo tiene per le caviglie e chiedergli: “hai mica visto il mio ventolin?”

C: Alex è davanti a una porta chiusa, come all’inizio, con sotto braccio il suo fido aspirapolvere. Di diverso ha solo un occhio nero in più. Tira un sospiro e si decide a suonare il campanello. Dopo qualche istante la porta si apre e Cristina, bella più che mai, gli sorride. “Sapevo che saresti arrivato”, e gli tira un cazzotto che lo stende. Poi si getta su Alex e inizia a baciarlo con passione…

E questi i secondi tre: Il Contropacco

A: Mimmo è il sonnecchiante portiere di un palazzo di lusso. Ha una moglie brutta e grassa di nome Maria Concetta. Un giorno gli arriva un pacco da un signore sospetto. E Mimmo, per la prima volta, decide di sbirciare dentro.

B: In galera non è mai prudente dare le spalle ai tuoi compagni di doccia. Mimmo è accerchiato da quattro energumeni che hanno avuto ordini ben precisi: “o tiri fuori il rospo o per te qua dentro sarà l’inferno!”. Maria Concetta sta girando in Porsche per la periferia di Napoli. Attende nervosa una chiamata sul cellulare.

C: Nel parlatorio del carcere Maria Concetta e Mimmo si stanno guardando in silenzio da due minuti, con aria di sfida. Nessuno dei due sembra voler cedere. Il secondino osserva la scena grattandosi perplesso una guancia. “Non è che i due si stanno comunicando in codice?” bofonchia fra se e se. Ad un Certo punto Maria Concetta scoppia in lacrime e cede: “Mimmù, ammor’ mì, ti chiedo perdono! Tirami fuori di qua!!!”

Tra i tanti racconti arrivati (37!!!) questi tre sono quelli che ci sono piaciuti di più. In ogni caso…bravi tutti!!!!

Qualcosa di grande di Michele Fioraso

É uno di quei giorni in cui mi sento pulsare le tempie come se volessero scoppiare. Sarà la febbre che mi fa sragionare, sarà che a volte non riesco a inghiottire tutta la merda che questo lavoro mi costringe a mandare giù. Avrei voglia di prendere questi dannati aspirapolvere e ficcarli su per il culo delle massaie ciccione che neppure perdono tempo ad ascoltarmi: mi sbattono la porta in faccia molto prima. Anche l’unghia dell’alluce di Magalli sarebbe più carismatica di me. Non sono tagliato per fare il venditore porta a porta. Balbetto, tentenno, mi mangio le parole, arrossisco: come mi succede con le donne, ma peggio. A trent’anni, con una laurea in una disciplina che neanche esiste più per manifesta inutilità, questo ho cavato dalla vita. In verità è la vita ad avermi cavato fuori, come il tappo di una bottiglia di vino scadente, ma sarebbe un altro discorso.

Oggi però mi sento carico. La febbre. L’herpes. La peste nera. Le cavallette. Stavolta non mi fermeranno. Oggi, qui, in questo grattacielo che sembra l’indigestione di un architetto babilonese riuscirò a piazzare il primo aspirapolvere multiaccessoriato della mia carriera di venditore. Per soli cinquemila euro, con servizio di pentole da 36 in omaggio, eccheccazzo.
Sì, ce la farò. Ce-la-farò-ce-la-farò-ce-l

a-farò. Sono così concentrato nel ripetermelo che non vedo l’autotreno di carne in forma di pugno che mi investe in piena faccia e mi stira. Riesco solo a pensare: merda, primo piano, primo campanello e già mi menano. Neanche tanto lontano colgo gorgoglii e parole in una lingua assurda, poi si spegne la luce del mio pianerottolo interiore.

Riemergo dall’ombra e mi ritrovo sottosopra. Letteralmente. Una specie di King Kong pelato e muscoloso come tre Arnold Schwarzenegger al prezzo di uno mi tiene per la caviglia, sospeso nel vuoto. Siamo sulla sommità del grattacielo e, venti piani più giù, la vita continua come sempre. Le statue mostruose sui cornicioni del palazzo. Le macchinine che ronzano. Le formichine che camminano. Manca solo una bella macchia rossa sul marciapiede: io. King Kong mi guarda con lo stesso interesse col quale osservo le copertine di Intimità e Confidenze in edicola. Il mio naso aspira e aspira, ma l’aria non entra più. Attacco d’asma: o volo di sotto o muoio soffocato, comunque vada sarà un decesso.

Agito le braccia all’indirizzo di Mister muscolo e rantolo: «Ventolin… spray… mio… per favore». Ribatte con lo sguardo espressivo di una prugna secca e poi gira leggermente la testa verso sinistra. Alle sue spalle sbuca fuori una gnocca galattica mulatta, vestita con una tutina aderente. Spero che non mi prenda per un maniaco sessuale: nel mio mondo di vino scaduto le donne saranno anche bottiglie troppo costose, ma so come comportarmi. Vorrei dirle «Signorina, scusi, non ho un attacco di libido, ho bisogno del mio spray», ma escono suoni che sembrano citazioni di Gola profonda. Mi osserva, sorride e da una tasca tira fuori il mio spray. Poi guarda King Kong, gli fa un cenno e, pochi istanti prima di svenire, mi ritrovo coi piedi sulla terra ferma e lo spray che mi riapre i polmoni.
«Io sono Cristina», mi dice la topolona. Ha un accento geroglifico, roba mai sentita.
«Io sono Alex, vendo aspirapolveri. Belli. Utili. Forse».
«Pensavo che eri ficcanaso – dice – Forse fai al caso mio, Alex. Torna alle cinque».
Sto per chiederle se devo portare il campionario, ma se n’è già andata per le scale. Le piaccio, lo so.

Alle cinque meno cinque, vestito come un pinguino al ricevimento del pinguino imperatore, suono il campanello. Mi sono sdocciato, ho fatto il bagno nel dopobarba, ma sembro Abebe Bikila sul traguardo dopo 42 chilometri di maratona. L’occhio nero però fa pendant con la cravatta. Ho due flaconcini di spray nella giacca, non si sa mai. Ho portato anche il TurboAspiratutto 3000, è poggiato in un angolo buio del pianerottolo: il vero venditore non molla mai. Da dietro la porta sento di nuovo quegli strani gorgoglii e un rumore di passi strascicati. Poi la porta si apre. Cristina è stragnocca: mi guarda, sorride e mi dice con quella voce stranissima, tutta consonanti: «Sapevo che saresti arrivato, Vale».

Vorrei dirle che il mio nome è Alex, ma lei è un cobra e mi tira giù con un cartone sull’altro occhio. Finisco stordito sul pavimento, Cristina mi è subito sopra. Il suo sguardo fiammeggia: si lancia su di me e mi bacia con un’intensità tale da fare invidia all’aspirapolvere multifunzione che avrei voluto venderle. Sento di nuovo quei passi trascinati e per un attimo distolgo gli occhi da quel paradiso. Sulla porta c’è un tizio che sembra uscito da Martin Mystere: folta barba a riccioli, un copricapo a cono luccicante, una tunica con strane decorazioni dorate, sandali. In mano stringe un coltello che renderebbe Excalibur stupida come un temperino. Non sorride, ghigna.

«Vuoi continuare con la tua vitai o desideri far parte di qualcosa di più grande?», mi sussurra Cristina mentre inizia a togliersi la parte superiore della tuta. Le guardo le tette, deglutisco e mi lascio trascinare dentro l’appartamento. Nella penombra faccio in tempo a notare che quel pavimento sarebbe perfetto per una dimostrazione del prodotto, e poi Cristina mi è addosso.
Nuda. Scatenata. In mano ha la spadona del tizio barbuto. Mi spinge su una specie di altare. Canta qualcosa di ipnotico, gorgoglii e suoni disarticolati: mi spoglia e sorride ancora. Mi rilasso e mi lascio andare. La lama brilla nel buio. Non sarà peggio che vendere aspirapolveri.

Dialogo dal parapetto di Paolo Zaffaina
- Senta
- Si?
- Ho la sensazione che mi stia per venire un attacco d’asma, ci soffro fin da piccolo sa? Pensi che non potevo mai giocare con i miei amici all’aperto perché rischiavo di morire. Mi chiamavano Bronco, per via del…
- Non me ne frega un cazzo.
- Scusi.
Pausa
- Siccome non trovo il mio tubetto di Ventolin mi chiedevo: non è che per caso, senza mollare la presa, sarebbe così gentile da guardare se mi è caduto…
- No.
- Ok.
Pausa
- Mi scusi.
- Sto cominciando a stancarmi.
- Si, la capisco, ma porti pazienza. Le dispiacerebbe rinfrescarmi la memoria sul perché mi tiene sospeso per le caviglie fuori dalla terrazza a venti piani d’altezza?
- Mi prendi per il culo? Mollo?
- No, no! Non mi fraintenda, non mi permetterei mai di prenderla in giro è che, capisce, io…
- Senti coglione te l’ho già detto: voglio la mia cazzo di polvere!
- Capisco.
Pausa
- E il pugno in faccia?
- Perché la tua faccia non mi piace.
- Mi sembra giusto.
Pausa
- Uh, si è alzata un po’ di arietta. A quest’altezza è anche normale. Spero di non ammalarmi. Sono sempre stato cagionevole di salute.
Pausa
- Ho sentito che anche lei poco fa ha dato due colpi di tosse. Non è che sia qualcosa di contagioso?
Pausa
- Si arrabbia se le dico una cosa?
Pausa
- Sa, ho la sensazione che fra di noi ci sia stato un malinteso. In realtà, come cercavo di spiegarle prima della sua, come dire, reazione emotiva, io sono qui per prelevarla la polvere non per consegnarla. Dopotutto sarebbe anche un controsenso, il mio lavoro…
- Il tuo lavoro, brutto stronzo, è quello di consegnarmi la polvere! La polvere che io ho già pagato al tuo capo!
- Ma…
- Voglio la mia polvere! Due chili! Non un grammo di meno! Hai capito, testa di cazzo!?
- Si, non si arrabbi, forse…
- Hai ancora due minuti dopodiché mollo.
- No, ascolti…
- Se continui a muoverti così mollo prima.
- Senta…
- Un minuto e trenta secondi!
Pausa
- Senta, perché non troviamo un accordo?
- Nessuno accordo.
- Guardi, potremmo fare così: io non la disturbo oltre, non cerco di venderle nulla, tanto ci sono abituato, fossi riuscito a piazzare un pezzo da quando ho cominciato e, in cambio, lei mi lascia andare. Cioè, si, intendo “mi lascia andare” in senso figurato. Prima mi tira su…e poi mi lascia andare.
- La mia polvere.
- Non se la prenda ma mi lasci direi che lei ha una certa fissazione con questa polvere. Senta, se lei mi tira su io chiamo i miei colleghi, tanto siamo alla fine della giornata avranno già finito, e gli chiedo se vengono qui a svuotarle tutta la polvere che hanno raccolto durante gli appuntamenti. Eh? Che gliene pare? Chiamo i miei colleghi?
- Mi stai minacciando pezzo di merda?
- No, no! Lo dicevo solo per trovare un accordo e farla contenta. Riprenda anche l’altra caviglia, la prego.
Pausa
- Voglio che lei sappia, per correttezza professionale, che io non sono qui di mia spontanea volontà ma perché sono stato mandato. Mi hanno lasciato un bigliettino sulla scrivania con su scritto il suo indirizzo. Pensa che questo possa cambiare qualcosa?
- No.
- Capisco.
Pausa
- Cosa succede?
- Hanno suonato alla porta.
- Chi è?
- Non lo so.
Pausa

- Se vuole andare ad aprire non c’è problema. Mi riporta su e finche lei va a vedere chi è io ne approfitto per cercare il mio Ventolin. Poi, magari, ricominciamo da dove abbiamo interrotto.
- Mollo?
- No, no! Cercavo solo di rendermi utile.
- Amore, vai a vedere chi è e fai attenzione.
Pausa
- Chi è?
- Un uomo.
- Lo conosco?
- E io che cazzo ne so?
- E lei lo conosce?
- No.
Pausa
- Com’è vestito?
- Abito scuro e una valigia.
- No, non mi pare di conoscerlo. E cosa fa?
- Parla con la mia donna.
Pausa
- Senta, la butto lì così, ma…non potrebbe essere che ci sia stato un errore e che sia quella la persona che stava aspettando?
Pausa
- Potrebbe essere.
Pausa
- Alla luce dei nuovi eventi non è che avrebbe voglia di dare un’occhiata al bigliettino che mi hanno lasciato sulla scrivania? Magari risolviamo l’inghippo.
Pausa
- Ecco, tenga. Legga pure. Scusi, è un po’ bagnato. Al momento ho qualche problema di sudorazione.
Pausa
- Certo che ne ha di forza, lei. Palestra?
Pausa
- Cosa cazzo è la “Aspirazioni & Co.”
- Oh. E’ la ditta di aspirapolvere per cui lavoro. Oddio, lavoro è un termine forse eccessivo. Come le dicevo prima non sono mai riuscito a vendere nulla. Comincio a pensare che non faccia per me. La ditta è americana. La filiale…
- Ma tu chi cazzo sei?
- Alex De rossi, piazzista. Piacere. E lei?
- Cosa cazzo ci fai qui?
- Come le dicevo, sul biglietto mi hanno lasciato questo indirizzo con l’indicazione per una dimostrazione.
- Questo e’ l’interno B non l’interno D, pezzo di deficiente!
- Oh. Capisco.
Pausa
- Beh, direi che abbiamo risolto il problema. Che ne dice di tirarmi su?
Pausa
- Ecco, così, bravo. Faccia attenzione, non vorrei che si distraesse proprio ora. Però, che muscoli. Lo dicevo io che era forte.
- Prendi la tua roba e vai fuori dalle palle.
- Beh, allora io andrei. Sa, ho altri appuntamenti. Magari ci si vede in giro, si beve una cosa. Se avesse bisogno di un’aspirapo…. Arrivederci.
- Senti un po’ tu, giri molto per vendere quei cessi?
- Abbastanza.
- Ti interessa un lavoro?
Due ore dopo
- Sapevo che saresti arrivato!
- Già. Cristina, amore, scusa se te lo chiedo, ma perché quando hai aperto la porta mi hai tirato un pugno in faccia e ti sei seduta sul mio petto?
- Metto in pratica le nuove mosse che ho imparato al corso di difesa personale. Lo sai che mi piace allenarmi con te.
- Capisco.
Pausa
- Com’è andata oggi? Hai venduto?
- Non proprio. Mi sono licenziato.
- Oddio! E come mai?
- Mi hanno offerto un nuovo lavoro.
- Amoooore! Dio come sono felice. L’ho sempre detto che avresti fatto carriera, era solo questione di tempo. E che lavoro è?
- Faccio consegne.

Le sfogliatelle di Lia Fumagalli
Pierpa si è svegliato decisamente male. Ha nella testa tutti i peggiori pensieri che è riuscito a rimuginare su se stesso. A cominciare dal nome. Pier Paolo Piperissa : un nome pieno di pi. Al momento pubblico ministero: e giù un’altra pi.
Provvisoriamente sostituto procuratore a Napoli. Un delirio di pi.
In questi casi la doccia aiuta, specie se seguita da un caffè nero e bollente; è il giorno della requisitoria finale e non può permettersi di avere le mosche in testa.
C’è una buona mezz’ora per arrivare al palazzo di giustizia, tutto il tempo e i semafori per ripensare un’ultima volta alla connotazione dei personaggi e alla sequenza dei fatti.

Mimmo L., professione portinaio , lavora in un palazzo lussuoso nella zona del Vomero. Professa poco in realtà, ma è un grande studioso della Gazzetta dello Sport e alterna questa attività con delle salutari pennichelle interrotte solo dal riesame della Gazzetta.
Con lui vive la moglie, Maria Concetta P.(la maledetta), donna di rilevante cubatura , poca avvenenza e un’ intensa attrazione per la ricchezza.
Nel palazzo c’è gente che conta e che mostra, al pari delle calle nei vasi , una postura elegante e una vita sommessa.
La presenza del denaro si sente forte nell’aria e Maria Concetta la fiuta, ogni giorno.
Il 17 marzo riceve una telefonata in portineria .Una voce da uomo chiede conferma dell’indirizzo dell’avvocato F. Arriva dopo un’ora, lascia un pacco e se ne va.
Nessuna richiesta, nessuna raccomandazione, nulla di nulla.
Mimmo stacca gli occhi dal giornale e si avvicina alla moglie e al pacco. E’ leggero, chiuso con lo spago,il nome del destinatario scritto a mano su un post it.
Dagli interrogatori risulta che sia stata Maria Concetta a insistere . Mimmo non si sarebbe mai
sognato. Scioglie lo spago e apre.
Le carte di identità sono almeno un centinaio. Nuove di pacca.
Da questo momento le deposizioni dei coniugi divergono. Lui sostiene di avere immediatamente richiuso e consegnato il pacco. La moglie giura piangendo di averlo fatto lei, ma dopo che Mimmo l’ha alleggerito di parte del contenuto. E che, in coscienza, l’ha dovuto riferire all’avvocato.
Tant’è che dopo qualche ora Mimmo viene arrestato. Violazione della corrispondenza e furto, articoli 615, 615 bis e 624 del codice penale.

L’avvocato F. torna dalla procura . Ha raccontato confusamente qualcosa su un cliente coinvolto in storie di truffe e che fa consegnare al suo avvocato le prove del suo sincero ravvedimento.
Prima di rincasare si ferma in portineria . Maria Concetta, così leale e sfortunata, riceve tutta la sua solidarietà confezionata in un voluminoso pacchetto di banconote.
Mimmo in prigione ha perso la sua abituale sonnolenza. Ha addosso quattro tipi che minacciano nefandezze se il maltolto non salta fuori.
Non capisce, lui non ha tolto nulla a nessuno. Che lo chiedessero al loro avvocato; lui,il pacco, l’ha consegnato nelle sue mani.

Maria Concetta è nervosa. Gira per la periferia di Napoli con l’auto appena comprata. E’ di quarta mano, usata anche da un pappone, ma è una Porsche.
Sa che il marito prima o poi la chiamerà e il pensiero la tormenta; guida e intanto si ingozza di sfogliatelle .
Il rimorso però ha la meglio sulla ricotta; rapida inversione a u , con il muso della Porsche dritto verso il centro.
Fermo a un semaforo, Pierpa ripensa a quando l’ha vista in procura, in lacrime e rea confessa ; a Mimmo, in parlatorio, indeciso se abbracciarla o farla nera. Il secondino di turno, spettatore perplesso della sceneggiata, continuava a grattarsi una guancia.

Ah ,comme se fàààà a dà turmiento all’anema ca vo’ vulàààà, canticchia il pubblico ministero con il suo accento bresciano ed entra in tribunale.


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